Giancarlo Baronti
La morte in piazza
Opacità della giustizia, ambiguità del boia e trasparenza del patibolo in età moderna

pp. 416
25.82
88-8234-068-6

Il saggio tenta di delineare il senso e la funzione delle credenze e delle pratiche popolari connesse all’esecuzione capitale ed ai suoi abituali protagonisti, individuando un modello di interpretazione e di utilizzazione “dal basso” del simbolismo mitico-rituale della morte in piazza, profondamente diverso da quello organizzato e trasmesso dall’autorità politica e religiosa.
Analizza la figura del boia strettamente collegata, all’interno dell’immaginario popolare, a quella del sovrano e dotata di particolari facoltà taumaturgiche e di peculiari poteri magici.
Tratta delle pratiche popolari che utilizzano, a scopo terapeutico, protettivo, propiziatorio ed apotropaico, parti del corpo dei giustiziati e degli strumenti usati per eseguire le esecuzioni.
Individua il ricco ed articolato simbolismo popolare legato alle due fondamentali modalità di esecuzione in età moderna: l’impiccagione e la decapitazione.
Evidenzia i comportamenti rituali degli spettatori in rapporto alle fasi salienti dell’esecuzione capitale: l’attesa miracolistica e ierofanica, lo schiaffo ai fanciulli, le aggressioni al boia.
Individua, infine, le tipologie del culto popolare nei confronti delle anime dei giustiziati, orientato ad ottenere fortuna ed aiuto nelle vicende della vita quotidiana e, in particolare, a ricevere numeri sicuri da giocare al lotto.
Il saggio prende avvio dall’analisi delle rappresentazioni culturali della giustizia statale in età moderna, individuando proprio nella articolata cerimonia dell’esecuzione capitale il “punto di forza”, il momento decisivo mediante il quale si attua una sorta di legittimazione simbolica, a livello popolare, di un’istituzione altrimenti soggetta, sul piano realistico, a giudizi fortemente negativi.

Giancarlo Baronti, professore associato di Storia delle tradizioni popolari nella Università degli Studi di Perugia, ha indirizzato la sua attività di ricerca verso la individuazione dei punti di attrito tra i processi egemonici di definizione della criminalità e della devianza e le istanze espresse da una pluralità di orizzonti normativi, storicamente determinatasi a livello subalterno. In tale direzione ha pubblicato un saggio (Coltelli d’Italia, Padova, Muzzio, 1986) in cui si analizzano gli aspetti sociali e materiali della “cultura del coltello” nelle classi popolari italiane.
Di recente ha provveduto alla catalogazione e alla schedatura informatica della collezione di amuleti raccolta da Giuseppe Bellucci, conservata presso il Museo Archeologico Nazionale dell’Umbria di Perugia, e ne ha curato l’esposizione permanente degli oltre mille e quattrocento oggetti di provenienza italiana e di interesse demologico.