Recensioni

 


- Alla scoperta della letteratura araba dal VI secolo ai nostri giorni
, da www.minareti.it

-
L'anno della rivolta, da "l'Unità" del 10 gennaio 2010

- Sessantotto, utopie su grande schermo, da "Il Corriere del Mezzogiorno" del 6 gennaio 2010

- La chiesa di S. Stefano a Soleto. Tradizioni bizantine e cultura tardogotica,
da "Orientalia Christiana Periodica" vol. 75 n. II/2009 pp.513-515

- Il tesoro delle parole morte, da "Il Foglio Quotidiano " del 17 dicembre 2009 Anno XIV n. 300 Antologie.

- Quel tesoro da disseppellire di parole morte di Raffaele Simone, da "Il Messaggero" del 9 novembre 2009, in Antologie.

- Il tesoro della lingua grika di Enzo Mansueto, dal "Corriere del Mezzogiorno" del 10 ottobre 2009, in Libri e Musica, p. 18.

- Salento, il tesoro delle parole morte di Gloria Indennitate, da "La Gazzetta del Mezzogiorno" del 12 ottobre 2009, in Cultura e Spettacoli, p. 17.

- La chiesa di S. Stefano a Soleto. Tradizioni Bizantine e cultura tardogotica di Carlo Maria Mazzucchi, da "Aevum" LXXXIII/maggio-agosto 2009, pp. 587-588.

- L'Islam giudica l'Occidente. Conversazione su alcuni luoghi comuni di Arianna Tondi, da www.minareti.it

- La protezione internazionale della proprietà intellettuale da "Il Diritto di Autore", luglio-settembre 2009, n. 3, pp. 540-541.

- L'Islam giudica l'Occidente. Conversazioni su alcuni luoghi comuni da www.archiviostorico.info

- Antropologia delle anime in pena da www.tarantularubra.it

- Il buon uso dei santi di Anna Nacci, da www.tarantularubra.it

- La Chiesa di S. Stefano a Soleto. Tradizioni bizantine e cultura tardogotica di Vera von Falkenhausen, da "QFIAB" vol. 88 anno 2008.

- La Chiesa di S. Stefano a Soleto. di J.E., da "Irénikon", n. 4 2008.

- Dante e Omero di Greta Hawes (Università di Bristol), da "Bryn Mawr Classical Review" 2009.04.70.

- Il mal di vivere al Sud di Valeria Nicoletti da "QuiSalento", di Marzo 2009.

- Bernardini l'osservazione del poeta da "Nuovo Quotidiano di Puglia - Lecce", del 18 febbraio 2009.

- Pubblicato in Italia libro di poesie di un poeta turco cipriota da "Rassegna stampa Ufficio di Rappresentanza di Cipro del Nord in Italia", n. 5/2009 del 6 febbraio 2009.

- Musica/Regìa – Il testo sonoro nel cinema italiano del presente: storia e testimonianze di Maurizio Caschetto , da "Colonnesonore.Net", del 19 gennaio 2009.

- De Martino e i maciari del sud di Nicola De Paulis, da "Nuovo Quotidiano di Puglia - Lecce", del 15 gennaio 2009.

- De Martino, un secolo da ricordare, di Antonello Colimberti, da "Europa", del 14 ottobre 2008.

- Le tribolazioni delle Signore de Breteuil, da "unsemplicegiardino.blogspot.com", del 10 settembre 2008.

- Musica/regia, da "Il Manifesto/Alias", del 13 settembre 2008.

- Al di là della propria... , di Roberto Pugliese, da "Il Gazzettino" del 7 luglio 2008.

- Giochi di dama e altri pensieri , di Rossella Sleiter, da "Il Venerdì di Repubblica" n°1059 del 4 luglio 2008, p. 98.

- Un uomo segnato dalle sconfitte, da "Il Corsivo" anno XI n°25 del 28 giugno 2008, p. 47.

- La vera storia dell'amante di Voltaire, di Giulia Fresca, da "Il Quotidiano della Calabria" del 23 giugno 2008.

- Etnologia, antropologia culturale, storia delle tradizioni popolari, da www.taranta.it

- La chiesa di Santo Stefano a Soleto, di Giuseppe Barberi, da "Eco Idruntina", anno LXXXIX, 2008, n.1 pp. 117-118.

- Emilie du Chatelet: una donna nei secoli, di Elisabetta Liguori, in “Paese Nuovo” del 28 maggio 2008.

- Il clan dei viggianesi , di Giovanni Vacca, da Alias n. 21 del 24 maggio 2008 - Il Manifesto.

- Gli « Afro-Italiani » tra storia et letteratura. Palaver. Africa e altre terre , di Xavier Luffin da ELA n° 24.

- Soleto. I segreti di S. Stefano, di Nicola De Paulis da Il Quotidiano del 21 aprile 2008.

- Antologia critica su 'Danzare col ragno' da L'Espresso, Liberazione, Corriere del Mezzogiorno, La Repubblica delle Donne, Il Messaggero e Il Manifesto.

- Il fascino virtuale del licantropo di Giovanni Vacca- da Il Manifesto/Alias del 15 marzo 2008.

- Danza col ragno: fascino e mistero del tarantismo di Raffaele Simone - da Il Messaggero 10 marzo 2008.

- Paint a Bulgar picture di Carmine Di Biaseda The Times Literary Supplement n. 5473 - 22 febbraio 2008.

- Alle radici della taranta di ACP da l'Espresso n.7 del 21 febbraio 2008.

- Alessandro Isoni, L'Alta Autorità del carbone e dell'acciaio. Alle origini di una istituzione pubblica. da Le Carte e la Storia/Rivista di Storia delle Istituzioni, XIII, 1, 2007, p. 65 di Guido Melis.

- Vassilis Vassilikós - Poesie dall'esiliova cura di Tino Sangiglio - da ALMANACCO DEL RAMO D'ORO n. 516 - 2005.

- Mario Nascimbene, un compositore coerente del grande schermo, sempre avverso alla banalità di Davide Turrini - da Liberazione - 24/12/2005.

- Olympe, la prima femminista - di Giulia Crivelli da Il sole24ore n. 228 - 21/08/2005.

- Buongiorno, notte. Le ragioni e le immagini - di Cristina Jandelli da www.drammaturgia.it - 25/02/2005.


Quel tesoro da disseppellire di parole morte
di Raffaele Simone, da "Il Messaggero" del 9 novembre 2009 in Antologie

Sarebbe bello se la sfuriata (che si sta estinguendo) sulla necessità di insegnare il dialetto locale nelle scuole stimolasse indiretta­ mente, almeno, tanti libri come questo, uno per ciascuna delle zone dialettali diquesto scombi­nato paese. Brizio Montinaro, che secondo regole misteriose è insieme attore di classe e antro­pologo non meno acuto, pubbli­ca in un volume elegante (// tesoro delle parole morte, Argo Editore, 160 pagine, 18 euro) una raccolta di liriche popolari della parte greca del Salento, la cosiddetta "Grecia" salentina. Qui migrarono in epoca ancora non definita importanti comu­nità greche, che trapiantarono sulla costa salentina la loro lin­gua e la infiltrarono anche nelle altre parlate. Oggi la comunità è quasi estinta, il grico non lo parla quasi più nessuno; ma sopravvivono i testi, di narra­zione e in verso, che continuano a tramandarsi.
I bellissimi versi raccolti da Montinaro testimoniano in ma­niera folgorante il carattere in-sopprimibilmenle stratificato e meticcio della nostra cultura in tutti i suoi distretti: si mescola­no le scritture (l'alfabeto greco si alterna a quello latino), si mescolano le lingue (la parlata salentina si impasta senza pare­re con il grico degli autoctoni, sicch é alcuni pezzi, scritti in grafia latina, sono mescolanze di grico e di dialetto), e, soprat­tutto, la tradizione popolare, perfino plebea, risente a distan­za di secoli dei toni aerei e mitici dei lirici ellenici dell'età d'oro. Tutto è mischiato in tut­to, sulle coste del Mediterraneo, come Montinaro spiega in una sua lunga premessa, in cui il movente biografico s'intreccia con l'esplorazione fredda dei dati di fatto. Un bellissimo cam­ pione minimo: "Ce umme umme panta 'su mu lei,/ ce umme umme, ce 'n en' umme mai,/ ce umme umme, ce 'su me tradei,/ ce umme umme, ce o ceros pai" ("E 'sì' e 'sì' sempre tu mi dici,/ E 'sì' e 'sì', e 'sì' non è mai,/ E 'sì' e 'sì', e tu mi tradisci,/ E 'sì' e 'sì', e il tempo se ne va.")

Brizio Montinaro, Il tesoro delle parole morte, Argo Editrice, pp. 160, € 18

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La chiesa di S. Stefano a Soleto. Tradizioni bizantine e cultura tardogotica
di Carlo Maria Mazzucchi da "Aevum" LXXXIII/maggio-agosto 2009, pp. 587-588.


Tra i protagonisti della convulsa e spietata lotta per il potere nell'Italia meridionale an­gioina, Raimondello del Balzo Orsini, conte di Soleto e Lecce, era signore del territorio in cui meglio si conservava la lingua greca e l'eredità spirituale di Bisanzio, nonostante gli sforzi, infine vittoriosi, della Chiesa di Roma per estirparle (compito ch'era affidato precipuamente agli ordini mendicanti). Poiché i "Greci" non erano una minoranza esigua, un buon politico doveva mirare al compromesso, dando qualche soddisfazione ai predestinati perdenti e cercando un elemento di concordia nella comune ostilità verso un terzo soggetto.
Raimondello aveva una personale connessione con l'Oriente: i provenzali des Baux/del Balzo si vantavano d'essere discendenti di Baldassarre, uno dei Re magi (!), ed egli aveva trascorso qualche anno laggiù, come guerriero e pellegrino. Era stato persino al monastero di S. Caterina del Sinai, dove, ammesso a venerare le reliquie della Santa, destramente con un morso le staccò il dito che recava l'anello del matrimonio mistico con Cristo, e, accomodatolo fra l'orecchio e la tempia (come i bottegai d'una volta la matita), coperto dai capelli, riuscì a trafugarlo (p. 100). Per dare al sacro trofeo degna dimora fece costruire la cattedrale di Galatina, dove poi fu sepolto in un sarcofago che lo ritrae con indosso il saio francescano. Maestranze del cantiere di Galatina furono utilizzate nella vicina Soleto per costruire e ornare una chiesetta (circa m. 7 x 4) a uso dei Greci. Le insegne araldiche del signore, scolpite in facciata ne attestavano la munificenza.
Dedicata al protomartire, S. Stefano, venne all'interno completamente affrescata. Sulla parete di destra, entrando, si vedono in alto, su 3 serie, 22 scene della vita di Cristo, dal ritorno dei Magi alla resurrezione; su quella di sinistra, in 2 fasce, 16 episodi della vita di Stefano; in entrambe, in basso, incorniciate da archivolti dipinti, semplici o trilobati, o da una trabeazione, si allineano figure di santi (il protomartire due volte), sante e di Michele arcangelo; ma al centro della parete di destra, quasi in corrispondenza di una porta sul lato dinanzi (sopra la quale era l'iscrizione dedicatoria, poi cancellata) campeggia un Cristo crocifisso con la Vergine e S. Giovanni. La parete dell'ingresso è occupata da un Giudizio Universale, con due coppie di santi ai fianchi dell'entrata. Assai più complessa, e ricca di significato teologico, è la parete absidale, in parte opera di un pittore d'educazione bizantina, secondo un programma iconografico suggerito, con estrema verosimiglianza, dal locale clero greco, che traeva ispirazione dalla Historia ecclesiastica et mystica contemplatio, diffusa nel Salento con l'attribuzione a s. Basilio (PG, 98, 383-454). Da basso una dozzina di santi, di cui 5 vescovi in posizione centrale sotto l'altare, compie la processione dei beati distesa lungo il perimetro del tempio. Il catino del­l'abside contiene la discesa dello Spirito Santo sulla Vergine e gli apostoli; la concavità sottostante è occupata, al centro, dalla figura che domina tutto l'insieme, un giovane Cristo imberbe, con la didascalia Sophía o Lógos tou Th[eo]u, che benedice il calice e il pane; ai suoi lati due coppie di vescovi concelebranti. Sulle pareti laterali sono, a destra, l'Annunciazione e, a sinistra, quasi completamente svanito, il profeta Isaia. Al di sopra, prima l'Ascensione, cui assistono la Vergine fra due Angeli e gli apostoli, e infine la visione teofanica di Ezechiele e Daniele.
A sinistra dell'altare, la nicchia della próthesis, in cui erano posti il pane e il vino da consacrare, conteneva (ne restano mi­nime tracce) una Natività, con l'episodio, tratto dal Vangelo arabo-siriaco dell'Infanzia, di Maria che dona ai Magi una fascia del Bambino.
Quale il senso complessivo? Direi l'azione dello Spirito Santo nell'economia della salvezza: esso opera l'Incarnazione del Figlio; è donato nella Pentecoste; trasforma nell'Eucaristia il pane e il vino nel corpo e nel sangue del Lógos, che ha assunto da Maria la nostra umanità e che, terminata la sua vicenda terrena, sale, uomo e Dio uniti in una sola persona, alla maestà del Padre.
Ma dalla decorazione della chiesa il comune fedele doveva ben più facilmente raccogliere altri due messaggi. Primo: di rispettare il potere costituito, dato che nel Giudizio Universale gli eletti sono il papa, due cardinali, un vescovo, prelati, un sacerdote greco e Raimondello vestito da francescano come nel monumento di Galatina; mentre l'inferno è popolato dalla povera gente, individuata da cartigli greci e dagli attrezzi del mestiere: contadini, artigiani, una coppia che dorme la domenica mattina, sotto gli occhi di un diavolo scacciamosche, invece d'andare a messa. Ci sono - è vero - anche gli eresiarchi e il ricco epulone, ma i primi restano all'ingresso e il secondo in una posizione privilegiata, separato dall'orrido Satana in rilievo. Di più: l'arcangelo Michele, che giudica pesando le anime, indossa l'armatura di un cavaliere angioino.
Secondo: il devoto, greco o latino che fosse, era condotto a sublimare le proprie frustrazioni nell'ostilità contro gli Ebrei. La Vita leggendaria di s. Stefano, presa a soggetto degli affreschi, con le sue torture supplementari permetteva infatti di moltiplicare odiose figure di carnefici dal profilo semitico (p. 59), e a Soleto esisteva una comunità ebraica «formata prevalentemente da artigiani, contadini e commercianti operosi, i quali, molto probabilmente, col ricavato della loro attività, praticavano anche il pre­stito di denaro» (p. 77) e che molti avrebbero volentieri mandato all'inferno (pp. 61).
Ma ai Greci un contentino si poteva anche dare: importunati dalla propaganda papista dei francescani (p. 96) avrebbero visto con un certo compiacimento, nella scena delle tentazioni di Cristo, il demonio con le sembianze del frate minore (p. 45). Però un colpo al cerchio e uno alla botte: il primo degli eresiarchi spinti nell'inferno è senza nome, ma ha acconciatura e fainólion come il sacerdote greco nell'ultima fila degli eletti (p. 72).
In un elegante volume, che inaugura la serie «Terra d'Otranto bizantina», diretta da A. Jacob, con 63 fotografie a colori, 5 tavole, glossario, bibliografia e un esaustivo indice dei nomi e delle cose notevoli, gli autori offrono di questo monumento una descrizione esemplare, attenta agli aspetti filologici, storici, sociali, liturgici e teologici, con uno sguardo che spazia dall'arte italiana a quelle balcanica e del Mediterraneo orientale.

Michel Berger - André Jacob, La Chiesa di S. Stefano a Soleto, Argo Editrice, pp. 150, € 30.

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L'Islam giudica l'Occidente. Conversazione su alcuni luoghi comuni
di Arianna Tondi da www.minareti.it

Franco Rizzi immagina una conversazione tra alcuni intellettuali che si incontrano nel giardino di una città araba del Mediterraneo. Gli argomenti di questa conversazione sono il rapporto tra Islam e Occidente e i luoghi comuni secolari radicati nella mentalità occidentale.

L'Islam giudica l'Occidente di Franco Rizzi, professore di Storia dell'Europa e del Mediterraneo all'Università di Roma Tre e fondatore dell'Unimed, è un dialogo informale, che ha luogo al giorno d'oggi, tra alcuni musulmani su come l'Islam è stato e continua ad essere percepito nel mondo occidentale. Essi criticano i luoghi comuni ed i pregiudizi che permeano il nostro modo di vedere l'altro, sottolineando la necessità di riconoscere il contributo che l'Islam ha dato alla società occidentale.
L'idea di dar vita a questa conversazione nasce da Roger, professore universitario italiano che ha ricevuto da una fondazione europea l'incarico di scrivere un saggio su come l'immagine dei musulmani è veicolata in Occidente. Gli interlocutori affrontano temi delicati come se stessero parlando di questioni riguardanti la vita di tutti i giorni; lo fanno infatti in un giardino sorseggiando un caffè. Essi hanno diverse opinioni e interpretazioni dell'Islam: alcuni sono moderati, altri integralisti. Nonostante ciò, ognuno nutre un profondo rispetto verso l'altro, parla con molta spontaneità di fronte a Roger, interlocutore attento e rispettoso della pluralità di punti di vista. In questo modo si svolge il dialogo, in cui riflessioni sul rapporto tra Islam e Occidente, Islam e Europa, Islam e Mediterraneo vengono scambiate e i principali avvenimenti storici e politici dalla decolonizzazione ad oggi vengono ripercorsi e analizzati. Tutto ciò per capire le ragioni del sospetto verso “l'arabo” che si avverte oggi e per trovare le radici storiche e ideologiche dell'opposizione Oriente/Occidente.
Tra i partecipanti della conversazione troviamo Jamal, professore universitario specialista dell'Islam e musulmano liberale, che si batte per una religione diversa da quella diffusa nell'immaginario collettivo occidentale, ovvero la religione della violenza e della barbarie, e che lotta affinché i musulmani superino il senso di inferiorità che spesso provano quando sono a contatto con gli occidentali. Vi sono poi Abeer, una donna libanese che lavora per una Ong, e Khaled e Halima, una coppia che ha sperimentato in prima persona il dolore a causa del figlio jihadista, pronto a morire in nome dell'Islam e per difendere la sua terra dall'intrusione fisica e culturale degli stranieri. L'ultimo interlocutore è Ahmed, musulmano integralista che proclama “la necessità assoluta di battersi contro gli invasori occidentali delle terre sacre dell'Islam”.
Tema costante del dialogo è il ruolo svolto dai media nel costruire e diffondere l'immagine di una religione monolitica- per cui i musulmani sono tutti uguali-, violenta e primitiva in cui tutti i musulmani sono incivili, praticano la poligamia e maltrattano le donne. Secondo gli interlocutori queste sono rappresentazioni distorte che non tengono conto della pluralità dell’Islam.
Terminata la conversazione, Roger tira le somme e, tra le cose dette, una in particolare lo ha colpito perché sostenuta all'unisono da tutti: “Il fatto che i musulmani sentano negato l'apporto della cultura islamica nella formazione della cultura occidentale”. Non tenendo in considerazione la storia dell'Islam, l'opinione pubblica ha impoverito l'idea stessa di questa religione, riducendola alla religione dei terroristi e degli incivili.
Emerge nel libro la volontà di interrompere il flusso di incomprensioni tra le due sponde del Mediterraneo, partendo dalla necessità di riconsiderare il colonialismo come causa primaria dell'immagine del musulmano terrorista diffusa oggi. È necessario superare l'idea che il colonialismo mirava a portare il progresso e ad acculturare l'altro, riconoscendo che in realtà ha solo contribuito a creare immagini distorte della realtà e ad alimentare la diffidenza e l'odio.

Franco Rizzi, L'islam giudica l'Occidente Conversazioni su alcuni luoghi comuni, Argo Editrice, pp. 128, € 12,00.

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La protezione internazionale della proprietà intellettuale
da "Il Diritto di Autore", luglio-settembre 2009, n. 3, pp. 540-541.

Il volume, pubblicato nella Collana dei quaderni a cura dell'Univer-sìtà degli Studi del Salento, Scuola Superiore ISUFI, offre un panorama delle Convenzioni e degli Atti internazionali e regionali in materia di pro­prietà intellettuale.
Lo studio è incentrato sulle vicende che hanno portalo ad una gra­duale conquista di internazionalità ed uniformità dei sistemi di proie­zione della proprietà intellettuale. L'evoluzione di queste vicende ha se­guito un percorso caratterizzato dalla volontà di pervenire ad accordi che consentissero di superare le differenze esistenti tra le legislazioni na­zionali, mediante l'affermazione di principi generali comuni ed il loro progressivo affinamento.
L'Autore ha anche mirato ad evidenziare come le caratteristici te della protezione accordata alle varie forme di proprietà intellettuale siano state acquisite neltempo per volontà della comunità internazionale con un sem­pre rinnovato spirito di compromesso, che oggi — osserva l'Autore —. dopo la conclusione dell'accordo Trips nell'ambito dei negoziati dell'Uru­guay Round, sembra essersi perduto. Certamente, la funzione armonizza-trice degli Accordi, Convenzioni e Trattati internazionali costituisce fat­tore strategico determinante in una economia sempre più globalizzata.
In un primo capitolo dell'opera si porta l'attenzione sui sistemi nazio­nali di protezione della proprietà intellettuale, con accenni storici e con specifico riferimento alla repubblica di Venezia. all'Inghilterra, alla Fran­cia, agli Stati Uniti d'America, all'Italia. Un secondo capitolo è dedicato alla nascita ed evoluzione del sistema internazionale di protezione della proprietà intellettuale.
Seguono., poi, diversi capitoli nei quali si tratta dei vari istituti della proprietà intellettuale: la proprietà industriale, le varietà vegetali, il di­ritto di autore e i diritti connessi.
Gli ultimi capitoli sono consacrati agli Accordi TRIPS, alle Convenzioni e Accordi regionali, all’Amministrazione della protezione internazionale della proprietà intellettuale.
L’Autore, che ha già curato numerose ed interessanti pubblicazioni nella materia, ha utilizzato, nella redazione del volume che si segnala, le approfondite competenze che aveva acquisito come alto funzionario dell’Organizzazione Mondiale della Proprietà Intellettuale (OMPI).

Alfredo Ilardi, La protezione internazionale della proprietà intellettuale, Argo Editrice 2008, pp. 268, € 12,00.

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L'Islam giudica l'Occidente. Conversazioni su alcuni luoghi comuni
da www.archiviostorico.info

IL LIBRO - Una città araba sulle rive del Mediterraneo. Nel giardino d'un albergo alcuni intellettuali s'incontrano per affrontare un dialogo franco sui rapporti tra Islam e civiltà occidentale. Aggredendo in particolare molti luoghi comuni che popolano l'immaginario delle culture d'Occidente.
Non si tratta di un dialogo platonico. A molti anni di distanza dall'ormai mitico Processo fissato sulle pagine di guido Piovene, Franco Rizzi affresca un dialogo attendibile tra alcuni personaggi di spicco che, se non hanno alcuna voglia di ricelebrare processi, avvertono però il bisogno di tirare le somme di un rapporto storico tormentato e difficile.
Le conclusioni non azzardano soluzioni politiche. Scaturisce essenzialmente l'auspicio di scardinare almeno alcuni tenaci luoghi comuni. Facendo giustizia di una visione manichea della storia, riconoscere da un lato il contributo dell'Islam alla storia dell'Occidente e dall'altro fare ammenda delle colpe del colonialismo. Solo con queste premesse sarebbe possibile mettersi finalmente attorno a un tavolo con pari dignità per discutere davvero di pace...

DAL TESTO - "Ho provato a immaginare [...] una conversazione tra personaggi di fede e di cultura musulmana che parlano di come l'Occidente vede l'Islam, senza pretendere di fare alcun confronto tra le due civiltà né teorico né storico nel senso proprio della parola. Una conversazione tra personaggi che hanno una loro fisicità, una loro storia, e che cercano di interpretare gli avvenimenti più recenti che riguardano i rapporti tra Occidente e mondo arabo-musulmano. Il livello di generalizzazione a cui ho fatto ricorso è conseguenza della scelta di esprimermi attraverso lo schema letterario del dialogo che si snoda spontaneamente tra gli interlocutori senza alcuna preparazione preventiva. Non si tratta dunque, come nel caso di Venezia, di un convegno. L'incontro si svolge in tre pomeriggi, in un bar situato nel giardino di un albergo di una città araba adagiata sulle rive del Mediterraneo: una prima parte è più colloquiale, una seconda più documentata, quindi con un ricorso più diretto alla citazione".

L'AUTORE - Franco Rizzi è professore ordinario di Storia dell’Europa e del Mediterraneo all’Università di Roma Tre. Ha insegnato in diverse università europee e della riva sud del Mediterraneo. Tra le sue ultime pubblicazioni: Unione Europea e Mediterraneo (Roma 1997); Un Mediterraneo di conflitti (Roma 2004), quest’ultimo tradotto in arabo, e La Dichiarazione di Barcellona tra Europa e Mediterraneo, in AA.VV., La Ciencia y la cultura en la Europa mediterranea (Barcellona 2007).
Nel 1991 ha fondato l’Unimed, Unione delle Università del Mediterraneo, di cui è Direttore Generale. E’ stato fondatore e direttore di “Rive”, rivista di storia, politica e cultura del Mediterraneo.

INDICE DELL'OPERA - Introduzione - Capitolo I. Il paradiso terrestre - Capitolo II. Eternità del fico d'India - Capitolo III. Il Mediterraneo è il nostro destino - Capitolo IV. La fine delle illusioni - Capitolo V. Morire per vincere - Epilogo - Note

Franco Rizzi , L'islam giudica l'Occidente Conversazioni su alcuni luoghi comuni, Argo Editrice, pp. 128, € 12,00.

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Antropologia delle anime in pena
da www.tarantularubra.it


[...] "Il culto delle anime purganti occupa per le svariate ragioni che cercheremo di analizzare, un posto particolare a Napoli; di tale culto sono documento le ancora numerose edicole, rintracciabili tanto nel centro antico della città quanto in periferia, dove, attorno alla croce, sono sistemate le statuine di uomini e donne avvolti dalle fiamme purgatoriali. tratta di personaggi ricorrenti che tuttora vengono fabbricati e venduti come "pastori", tra le statuine di terracotta per il presepe. Ma ancora più significativi sono i luoghi dove, fino agli anni Settanta e Ottanta, tale culto veniva praticato: il camposanto delle Fontanelle, la già citata chiesa di Santa Maria del Purgatorio ad Arco e la basilica di San Pietro ad Aram. Al primo si accede oramai solo con visite guidate una volta al mese; nella seconda, benché "musealizzata" e, purtroppo, sciaguratamente "ripulita", quando è stata riaperta - il 15 dicembre 1992 - il culto è lentamente ripreso; presso la terza il culto è ancora vivo. Al di là dei caratteri unitari e comuni, il culto si presenta con caratteristiche diverse in ciascuno dei tre luoghi citati, complementarietà e diversità che esporremo e cercheremo di analizzare."[...]



[...] “Le offerte che caratterizzano questo culto, a differenza dei voti, instaurano una relazione devozionale che immediatamente nulla chiede in cambio. Si potrebbero quindi supporre che la ritualità rivolta alle anime purganti si esprima attraverso doni liberamente offerti, senza ricevere nulla in cambio: ma, come abbiamo visto, ciò non è vero, in quanto si tratta di un'offerta che, come il dono, torna al donatore in forma diversa. Ma un tale scambio esprime delle caratteristiche particolari e presenta molti punti di contatto con lo scambio arcaico. […]. Vediamo perché. In questo scambio, ciò che viene donato - cioè le cure, le messe, le preghiere, i lumini, i fiori… - fonda la relazione devozionale e promuove, al tempo stesso, la fecondità di tale relazione.” [...]

Stefano De Matteis e Marino Nicola, Antropologia delle anime in pena. Il resto della storia: un culto del Purgatorio, Argo Editrice, pp. 240, € 12,91.

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Il buon uso dei santi
di Anna Nacci, da www.tarantularubra.it

[...] "Il "buon uso" dei santi consiste fondamentalmente in tutti quei processi della tradizione orale e delle pratiche festive e devozionali subalterne che permettono di "tenerli" in vita, che consentono di perpetuare la loro attiva presenza nelle vicende umane. Le devozioni popolari nei confronti delle più rilevanti figure del sacro non va, quindi, interpretata solo come un atteggiamento passivo di affidamento a una lontana e astratta potenza sacrale, ma come un permanente e attivo processo che costringe in continuazione i santi a scendere sulla terra per prendersi cura degli uomini. Per raggiungere tale scopo l'elaborazione orale subalterna è "costretta" a scardinare e a contaminare in continuazione la tradizione scritta per riplasmare le figure ieratiche ortodosse obbligandole a interessarsi attentamente alle particolari e specifiche esigenze umane, forzandole a immergersi totalmente nel mondo della vita e consentendo agli uomini di "impadronirsene", di appropriarsi dei santi, di trasformarli, di riplasmarli, in definitiva di mantenerli costantemente in vita." [...]


[...] “Se nelle dinamiche concrete delle relazioni affettive e sessuali della vita quotidiana esistono i "cornuti" e gli altri, coloro che non lo sono o reputano di non esserlo, nella finzione rituale annuale in onore di san Martino tutto devono essere doverosamente cornuti, così come tutto lo siamo nelle più diffuse massime del senso comune. Già agli inizi dell'Ottocento Giovannardi descrive la processione dei cornuti in Romagna come un evento che registrava una partecipazione collettiva talmente unanime che non può sicuramente fornire spunti per interpretazioni in senso discriminatorio. (…) Il quadro complessivo che emerge in relazione ai cortei, alle processioni o alle corse connesse al rapporto tra san Martino e i corni, non è sicuramente quello di riti che tendono a rappresentare al conflittualità, la divisione, l'emarginazione e la stigmatizzazione del diverso, ma proprio l'esatto contrario. .” [...]

Giancarlo Baronti, Il buon uso dei santi San Martino e sant'Anna: tradizione scritta e autonomia folclorica, Argo Editrice, pp. 200, € 15.

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La Chiesa di S. Stefano a Soleto. Tradizioni bizantine e cultura tardogotica
di Vera von Falkenhausen, da "QFIAB" vol. 88 anno 2008.

Seit dem Ende des 13. Jh. wurde die kleine Ortschaft Soleto (etwa zwanzig km südlich von Lecce) zu einem der wichtigsten religiösen und kulturellen Zentren der griechischen Bevölkerung des Salente. Erst während der Dreissiger Jahre des 17. Jh. verschwand dort der griechische Ritus. 1639 wurde nämlich der letzte Protopapas, Francesco Arcudi, der am Collegio greco in Rom studiert und gelehrt hatte, zum lateinischen Bischof von Nusco geweiht. In diesem gut aus-gestatteten und sehr sorgfältig redigierten Band, dem ersten einer neuen Reihe, stellen die beiden Autoren, die unbestritten besten Kenner der byzantinischen und nachbyzantinischen Kultur der Terra d'Otranto, eins der bemerkenswertesten mittelalterlichen Denkmäler der Provinz, die Kirche S. Stefano in Soleto, vor. Obwohl die gemalte griechische Bauinschrift schon seit langem unleserlich ist, können sie mit heraldischen Argumenten überzeugend nachweisen, dass die Kirche am Ende des 14. Jh. von dem Grafen von Soleto und Lecce, Raimondello del Balzo Orsini, nach seiner Rückkehr von einer mehrjährigen Pilgerfahrt ins Heilige Land und auf den Sinai gegründet worden war. Der Hauptteil des Bandes ist der detaillierten Beschreibung und liturgischen Interpretation der Fresken der Kirche gewidmet, die mit den malerischen Ausdrucksmitteln der Spätgotik weitgehend byzantinische Inhalte darstellen, in stetem Vergleich mit mittelalterlichen Kunstwerken aus dem Salento und Nordgriechenland. Dabei untersuchen die Autoren mit besonderer Akribie die literarischen Quellen zu den dargestellten Szenen, z.B. zu dem ganz ungewöhnlichen Stephanus-Zyklus an der Südwand, ebenso wie die Überlieferung dieser Texte in griechischen und lateinischen Handschriften aus dem mittelalterlichen Süditeilen. In vorbildlicher Zusammenarbeit haben die bei-den Gelehrten, Berger (Theologe und Kunsthistoriker) und Jacob (Hand-schriftenforscher und Liturgiewissenschaftler), mit dieser Untersuchung über S. Stefano di Soleto ein kulturhistorisches Modell erstellt, an dem man das Überleben byzantinischer Traditionen im spätmittelalterlichen Salento ablesen kann. Den Band beschließen ein nützliches Glossar, das die wichtigsten liturgischen Termini erklärt, und eine reichhaltige Bibliographie.

Michel Berger - André Jacob, La Chiesa di S. Stefano a Soleto, Argo Editrice, pp. 150, € 30

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La Chiesa di S. Stefano a Soleto
di J.E., da "Irénikon" n. 4, 2008.

Les deux auteurs sont depuis longtemps connus par leur intérêt pour la culture byzantine dans les Pouilles, Mgr. Berger pour ses études sur l'art, le professeur Jacob pour ses innombrables publications sur les eucologes et manuscrits byzantins de l'Italie méridionale. Ils ont déjà à plusieurs reprises collaboré à des études sur l'art byzantin en terre d'Otrante. Voici une vaste étude de première importance sur une petite église qui, située au centre de cette province, est un monument-témoin et concentre un peu toute l'histoire mouvementée de cette terre de rencontre et de confrontation d'Orient et d'Occident que sont les Pouilles. Le volume présente d'abord une description de l'édifice datant de la fin XIIP siècle, et orné de fresques dans la deuxième moitié du siècle suivant. Les AA. les distribuent en cinq ensembles: l'abside, la paroi est avec l'Ascension et la vision des prophètes, le mur nord avec des scènes de la vie du Christ, celui du sud avec la vie de saint Etienne et à l'ouest au-dessus de la porte d'entrée le dernier jugement. Chaque ensemble et chaque tableau en particulier sont décrits et étudiés par rapport aux possibles connections avec l'art byzantin de l'autre coté du détroit d'Otrante, ou en général avec le monde byzantin. Pour ce qui regarde la paroi est au dessus de l'abside avec la présentation de l'Ascension les AA. renvoient à la cattolica de Stilo, mais on pourrait également citer ce qui reste de la grande fresque de l'abside du monastère de San Filippo de Fragala. Très intéressante est la figure du Christ-Logos au centre de l'abside, un unicum. On peut la comprendre lorsqu'on se souvient de la place primordiale que le commentaire de saint Germain de Constantinople, L'Histoire ecclésiastique, tenait dans la spiritualité byzantine de la terre d'Otranto. Au paragraphe 39 (PG 98, 400 B) il est dit que le Seigneur, c.'est-à-dire la Sagesse [c'est-à-dire] le Fils de Dieu, a mélange son propre sang au lieu de vin, et Va présente sur la Table Sainte, exactement ce que représente la fresque. Les notes copieuses et détaillées permettent de se former une idée de l'influence profonde que la culture byzantine a exercé dans les Pouilles, lors même que la région appartenait depuis longtemps au monde occidental. Outre les indices habituels on trouve à la fin un glossaire et seize pages de bibliographie. Remercions les auteurs pour cette publication exemplaire tant par la qualité des illustrations que par l'amplitude des informations iconographiques et liturgiques.

Michel Berger - André Jacob, La Chiesa di S. Stefano a Soleto, Argo Editrice, pp. 150, € 30

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Dante e Omero: Il volto di Medusa
di Greta Hawes (Università di Bristol), da "Bryn Mawr Classical Review" 2009.04.70.

Dante's Divina Commedia is required reading for classicists interested in the Nachleben of classical literature and myth. Yet, even to those with more than a passing acquaintance with this medieval masterpiece, an entire book devoted to the relationship between Dante and Homer might seem anomalous. Dante could not read Greek and the Homeric epics would not be available in translation for another generation; although Dante's respect for the 'poeta sovrano' is obvious in his work, most gloss this as representative of a vague conception of Homer's general importance. Cerri's ambitious project is to explore this relationship in more detail. Dante e Omero is the record of his search for Dante's Homeric sources. The focus of this study expands remarkably from a simple linguistic correspondence to an exploration of much wider hermeneutical correspondences. The admirable effort that Cerri expounds in tracking Dante's knowledge of Homer is repaid by a number of new insights into the literary worlds of these two poets.
This lively and attractive volume presents an unusual combination of approaches to the relationship between Homer and Dante. It incorporates into an academic detective story work on the realities of textual transmission in the Middle Ages, literary exegesis and meta-literary readings which (as the author himself notes at times, perhaps ironically given the context) test the boundaries of our knowledge of the poet. Far from creating a disjointed or aimless study, however, these different approaches to the material complement and challenge each other in a satisfying way.
It is difficult for a reviewer to do justice to the structure of this work. This slim volume is divided into 24 short chapters which interweave the classical and medieval material and progressively build up Cerri's primary argument while allowing for the discussion of a number of subsidiary issues.
Cerri begins by noting striking parallel: he compares Odysseus' hasty retreat from the underworld in fear of the (potential) arrival of Medusa with a number of passages in the Commedia which seem to allude to it and comment on its significance. After establishing Odysseus' journey as a search for experience and knowledge, he describes Homer's Medusa as the embodiment of the limits imposed on human knowledge (chh. 1-3). Analogies are drawn with the final epiphany of the Paradiso (33.127-141), a vision of the face of Christ which represents salvation and the limitless quality of the Christian experience (ch. 4), and with Inferno 9.52-60 in which Medusa (unseen by the Pilgrim), attempts to prevent his passage only to be vanquished by an angelic figure (chh. 5-6). Drawing on the medieval allegorical tradition, which strongly associated the gorgoneion with sapientia, and Dante's own conception of the proper role of philosophy, Cerri establishes Medusa as an incarnation of the distracting 'donna gentile' of Dante's youth, the symbol of a type of 'razionalità pura senza fede' (p. 44), derived especially from classical speculation, which hampers the Pilgrim's progress. In this way Medusa's petrifying visage is the antithesis of the face of Christ.
Cerri carefully establishes close linguistic echoes between Od. 11.627-637 and Inf. 9.52-60, echoes which he rightly considers to be more striking than simple coincidence or indirect transmission (specifically via Aen. 6.540-636 and Luc. 6.423-749) would allow (chh. 8-12). This sets in place a search for sources and for evidence of what Dante might conceivably have known of the Homeric epics. At this time, Greek texts certainly existed, but translators were required. Cerri portrays late medieval Italy as a place in which Greek scholars and diplomats, envoys and emigrants from the Byzantine Empire, while rare, might still be encountered (chh. 16-17). He speculates on those individuals that Dante might have had occasion to meet or seek out during his travels in central Italy and (perhaps) in Paris, but is ultimately unable to provide firm evidence for his having encountered a translation of the passage from Od. 11. While an ingenious suggestion, Cerri freely, and rightly, admits that his reading of a letter of Petrarch's as making a punning reference to a translation of this passage in his possession is 'un'ipotesi estrema' (ch. 15). More fruitful is his provision of a catalogue of Homeric passages which were known indirectly by medieval writers (19-20). This catalogue is accompanied by fascinating commentary which builds up a portrait of the reception of Homer in classical and medieval literature. Here Cerri finds some useful correspondences with Dante's work as well as sources for Dante's recurring positive estimation of this 'long-lost' poet.
The final chapters seek to read these intertextual allusions more broadly. Cerri establishes broad analogies between the Dantean Pilgrim, the Homeric Odysseus and the Dantean Ulisse as narrators of their own literary journeys. They stand ultimately in contradiction to each other through their differing searches for sapientia. Finally, we are faced with Homer as he appears in the Commedia: an imposing figure worthy of reverence. The Homer of Inf. 4 carries a sword which has traditionally been interpreted as a reference to his reputation for martial poetry. Cerri offers new readings of this element which interact with the overarching themes of Dante's work.
Despite the obvious amount of scholarship required by his project, references and philological discussion are kept to a minimum. The volume is certainly approachable. All passages are quoted in translation with the exception of a few simple ones from medieval Latin sources. In this way, the material presented, especially the textual interpretation, does not attempt to be exhaustive or to interact fully with the wealth of scholarship already in existence. The bibliography, divided into thematic sections, goes some way to rectifying this situation by providing suggestions for further reading. The extreme brevity with which Cerri presents his arguments, while part and parcel of a publication of this type, does lead to some frustrating lacunae, of which a more nuanced discussion of the medieval tradition of allegorical exegesis is perhaps the most obvious.
Projects in classical reception require classicists to bridge disciplines and to move outside of their areas of expertise. The best studies in this field cast new light on both the classical tradition and the world of antiquity in ways which maintain the integrity of both fields. Cerri's discussion of Odysseus' wanderings across the Mediterranean and into the underworld as representing the thirst for knowledge displayed by Archaic Greece, while necessarily narrow and perhaps somewhat anachronistic in terms of what follows, does encourage the reassessment of a number of familiar passages. Cerri establishes his reading of the Commedia material within the pattern, well-established in amongst Dantisti, of Dante's conception of the seductive and praiseworthy, but ultimately misguided and limited, types of knowledge available in classical antiquity which are superseded by knowledge of Christ. This approach is typified by previous scholarship on the famous Ulisse episode of Inf 26 in which the hero's voyage signifies the arrogance of the ancient pursuit of 'virtute e canoscenza'. Cerri's contributions to this general model, although relatively minor, are thought provoking and presented with the sensitivity and subtlety expected of those teasing interpretations out of the densely allusive Commedia. His specific reading of the figure of Medusa takes the discussion of this passage in quite a different direction than that offered recently by Balducci.
The most valuable part of this study is an undertaking, to my knowledge never before attempted on this scale, to delineate and gather together the possible knowledge that Dante might have had of the Homeric works. Cerri's discussion of the existence of Greek-speakers on the Italian peninsula and their impact on the surrounding culture provides a timely consideration of this aspect of Dante's possible cultural ambit. The collection and collation of information on Homer and the Homeric works available to Dante through intermediary literary sources has been attempted previously, although without the aim of a systematic study. As Cerri notes, his own catalogue of sources is also necessarily partial: he hopes that it will spur a more detailed study (p. 97). Although only briefly expounded in places, this material provides an excellent resource which should be of use to scholars of both Greek literature and reception and Dante studies.

Giovanni Cerri, Dante e Omero: Il volto di Medusa, Argo Editrice, pp. 156, € 12

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Il mal di vivere al Sud
di Valeria Nicoletti, da "QuiSalento", Marzo 2009.

Dal 1955 al 1999. Ci sono quasi cinquant'anni di letteratura, impegno sociale, appassionata ricerca di nuovi modi e di parole altre, e di invariato e sempreverde amore per la narrativa in "Altri giorni, altri racconti", antologia di vite, figure, storie, itinerario tra i personaggi multicolore e gli universi di Giovanni Bernardini, scrittore abruzzese d'origine ma salentino d'adozione da sempre, che tira i fili delle più diverse esistenze, raggruppando dolori, bassezze, banalità e piccole gioie dell'umana esistenza in circa cento pagine scritte a tratti con tenerezza, a volte con compassione, ma senza mai perdere quel caratteristico piglio ironico dal retrogusto amaro tipico della sua prosa. Punto fermo nel microcosmo dello scrittore, costante in quasi tutta la sua produzione narrativa, è l'attenzione alla questione meridionale, alle condizioni misere e barbaramente ignorate in cui versava il Sud nel dopoguerra. Attenzione che, valicando ì confini territoriali, si muta in solidarietà per la gente umile e semplice, di qualsiasi latitudine, come il vetturale, i ragazzini dai vestiti stracciati che vanno a bottega dal sarto. Racconti come "Gente in piazza", "Il sarto nudo", o ancora come "Una sera in città", cronistoria di un trentaseienne disadattato alle prese con la movida notturna ma irrimediabilmente vuota della metropoli, diventano una sorta di testi partigiani e, leggendoli, non si può fare a meno di simpatizzare con il protagonista, solo, diverso o, il più delle volte, povero, e riconoscersi in un atteggiamento goffo, in una speranza disattesa, in una movenza inopportuna o in una frase imbarazzata lasciata a metà, in un'illusione frantumata, come quella di poter finalmente afferrare il segreto della vita, semplicemente "stare nelle cose, senza rimpianti e senza costruire troppi sogni". L'Umbè, Terensita l'equilibrista, Marcantonio della piazza del paese, Albino della bottega del sarto, Tore Rista detto Cartuccia, Angelo innamorato della ragazza del circo, Eva e Nerio amanti tristi ai bordi del canale, sebbene vissuti in "altri giorni", sebbene protagonisti tutti di "altri racconti", sembrano accomunati da una stessa nota malinconica, da quella "quotidiana pena d'esistere", come scrive Antonio Lucio Giannone nella prefazione, da quel mal di vivere che tanto ricorda Cesare Pavese. Con la sola differenza che qui tutto sembra poi trovare una sua ragion d'essere, un suo posto preciso. I sogni non realizzati non svaniscono ma restano appesi al filo di un'esistenza che si srotola tra uomini grigi, improvvise partenze, inevitabili delusioni. Come se l'innato buonumore, l'ineludibile istinto di sopravvivenza che tanta letteratura e certi soliti luoghi comuni attribuiscono alla gente del Sud costringessero a una giustificata rassegnazione, a un mediocre tirare avanti, a un dover vivere per forza. La penna multiforme di Bernardini, cangiante negli stili e nei temi, passa dal neorealismo dei primi testi a una divertita e divertente sperimentazione letteraria, come in "Minicronaca", racconto a più voci che mette alla berlina vizi, tic e manie della fauna scolastica alle soglie della fine dell'anno. Più moderni, a tratti surrealisti, il divertissement "Stare al gioco?", sfogo di un realismo ai massimi livelli di un più che credibile alter ego dell'autore assediato da pressanti richieste di prefazioni e ospitate, e l'ultimo "Dittico dell'insetto nero", gioco di nervi d'ispirazione kafkiana, alternato a momenti di pura elucubrazione, tra il protagonista e uno scarafaggio. Ancora una volta, in ogni racconto di Bernardini, accanto allo sfacciato realismo dei contenuti, il piacere della lettura sta anche nell'originalità della forma, negli accostamenti guizzanti, ma soprattutto nella verità sconcertante delle parole dell'autore che spesso e volentieri, travestito da io narrante o in quanto voce fuori campo, si affaccia tra le pagine a definire uno stato d'animo, a descrivere la sfumatura di un sentimento, a dare un nome a emozioni incerte e dai contorni imprecisi, regalando così al lettore quello che, sin dai tempi dei primi grandi poemi epici, ci si aspetta di ritrovare in un buon libro: il piacere di riconoscersi nei personaggi, la familiarità di gesti e azioni, il gusto di appassionarsi a una vicenda, la sensazione di aver appena iniziato, voltando pagina, una nuova avventura.

Giovanni Bernardini, Altri giorni, altri racconti, Argo Editrice, pp. 126, € 12

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Bernardini L'osservazione del poeta
da "Nuovo Quotidiano di Puglia - Lecce", del 18 febbraio 2009.

Zecchini d'oro va tirando fuori dalle tasche negli ultimi tempi, Giovanni Bernardini: quelli che ha messo da parte per anni, per decenni. Perché nulla dies sine linea: mai un giorno senza una riga di scrittura, non fosse altro che una parola sola più volte ripetuta. Però una riga di scrittura al giorno deve uscire.
Due o tre mesi fa ha pubblicato con Manni il romanzo, "I bruchi ovvero il ragazzo in fondo al mare"; ora con Argo esce "Altri giorni, altri racconti".
Giovanni Bernardini è un narratore puro. Uno di quelli che Cesare Garboli chiamava scrittori-scrittori. Uno di quelli che lanciano le parole nello spazio, senza prestabilire dove vogliono che vadano a finire. Giovanni Bernardini è uno scrittore che ha il passo lungo. "Provincia difficile" è uscito nel sessantanove. Adesso sono quarant'anni giusti. Ha sperimentato forme; ha seguito diverse direzioni; è stato ed è amanto riamato di prosa e poesia senza sceglierne mai definitivamente una. Perché è attratto dai modi con cui si mettono insieme le parole, da come se ne vanno una dietro l'altra.
Giovanni Bernardini sa perfettamente che ogni storia è una cassaforte e che ogni scrittore e un ladro funambolico che non conosce la combinazione. Così prova e riprova fino a quando non indovina la formula giusta, che può essere una soltanto, ogni volta una sola: o prosa o poesia. Così Bernardini usa i versi o la prosa, secondo la combinazione che pretende la storia.
Giovanni Bernardini è uno scrittore che ha il fiato forte. Ha quel fiato che diventa indispensabile quando si vogliono crescere significati complessi e complessivi con piccole storie, geografie marginali, personaggi con la fisionomia consueta, familiare. Con una materia così ci vuole la capacità di scartare, di trasferire su un piano concettuale metaforico - allegorico - le vicende narrate, di trasformare il microcosmo in universo sconfinato, di scagliare come pietra di fionda l'analogia senza stabilire un confronto.
Conosco Giovanni Bernardini dall'estate che scoprii "Provincia difficile" e avevo quindici anni. Credo di non aver perso nessuno dei suoi libri.
Poi, da quando mi è capitato di leggere il saggio di Walter Benjamin sull’opera di Nicola Leskov, tutte le volte che ne prendo in mano uno, mi viene in mente l’immagine di un signore calvo e minuto che sale e scende da una scala a pioli che affonda nelle viscere della terra e si perde tra le nuvole.
Anche la narrazione di questi due ultimi libri affonda le radici nella terra e si perde tra le nuvole. Con quell’equilibrio stilistico che può venire solo da un grande mestiere. Con quella lingua materica, concreta, essenziale, che costituisce il lusso di chi non intende trasporre, trasfigurare, celarsi dietro le maschere dell'ambiguità, della finzione.
Giovanni Bernardini è uno scrittore di fatti. Anche quando attraversa territori del surreale, il riferimento ai fatti costituisce comunque il motivo o quantomeno il movente del narrare. L'osservazione del mondo, della sua superficie, la descrizione precisa delle cose viste e di quelle udite, una certa cadenza stilistica tipica del giornalismo d'inchiesta, sono condizioni che connotano la sua scrittura. Ma di tanto in tanto si avverte, nettamente, lo scarto verso la figuratività, la sfera onirica e visionaria. Accade quando ha bisogno di comprendere - e di far comprendere - ragioni (e passioni) che il dato tangibile, la relazione di causa ed effetto non possono spiegare. Accade quando non gli basta il ragionamento, la logica, l'evidenza, la dimostrazione, quando non rispondono alle sue interrogazioni le categorie della politica, della sociologia, della religione, quando la parzialità della prospettiva falsifica inevitabilmente la visione. E' a quel punto che ha bisogno di oltrevedere. E' in quell'occasione che diventa onirico, visionario. Le sue scritture “per bambini” costituiscono un pretesto di genere che nasconde una scelta poetica radicale, che gli consente la metafora più azzardata, la penetrazione nella boscaglia semantica.
Il narrare di Giovanni Bernardini è stato sempre uno scandaglio della coscienza. Anche la sua poesia è stata questa cosa. Scrivere, in ogni forma, è stato un modo per confrontarsi con tutto, con tutti: con il mondo, con i vivi e con i morti, i vicini e i lontani, con quelli che gli camminano accanto, con gli altri perduti per strada, con le storie che ha vissuto o sognato o che ha immaginato, con le ombre della sua giovinezza, con i fantasmi della sua età di adesso che lui vuole chiamare vecchiaia.
Ecco. Scrivere, forse, è stato e rimane una sua precisa maniera per tenere il conto dei giorni, per non lasciarsi sfuggire le emozioni, per alzare muri in faccia alla dimenticanza.

Giovanni Bernardini, Altri giorni, altri racconti, Argo Editrice, pp. 126, € 12

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Pubblicato in Italia libro di poesie di un poeta turco cipriota
da "Rassegna stampa Ufficio di Rappresentanza di Cipro del Nord in Italia", n. 5/2009 del 6 febbraio 2009.

La nota casa editrice ARGO Editrice di Lecce ha pubblicato il libro di poesie intitotalato “Il Drago ha anche le ali" del poeta turco-cipriota Mehmet Yashin nato a Lefkosa (Nicosia) nel 1958. Il poeta è tra le voci più originali e raffinate della contemporanea produzione letteraria in lingua turca. Mehmet Yashin è inoltre autore di numerosi saggi e di due romanzi. Le sue opere sono state tradotte in numerose lingue. Vive attualmente tra Cambridge Lefkosa e Istanbul.

Mehmet Yashin, Il drago ha anche le ali, Argo Editrice, pp. 179, € 15

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Musica/Regìa – Il testo sonoro nel cinema italiano del presente: storia e testimonianze
di Maurizio Caschetto , da "Colonnesonore.Net", del 19 gennaio 2009.

La letteratura dedicata alla musica cinematografica è sempre stata di non facile reperibilità nel nostro paese. Oltre alla pressochè totale mancanza di traduzioni di importanti testi prodotti da studiosi d'oltreoceano – pensiamo soprattutto alla fondamentale opera di autori come Tony Thomas, Royal S. Brown, Roy Prendergast e Fred Karlin – anche la produzione di critica letteraria nostrana dedicata a questa disciplina è sempre stata oggetto di considerazioni assai meno approfondite (quando non addirittura rasenti la superficialità) rispetto ad altri volti delle arti cinematografiche. Se non fosse per un coraggioso manipolo di critici appassionati come Ermanno Comuzio, Sergio Miceli, Roberto Pugliese e Sergio Bassetti, i quali già da tempi non sospetti hanno posto la giusta attenzione e l'approccio ideale per lo studio, la critica e l'analisi della musica applicata, potremmo dire che in Italia la musica da film rimane disciplina critica quasi totalmente oscurata. Ma da qualche anno, fortunatamente, le cose stanno cambiando.
Il testo Musica/Regìa – Il testo sonoro nel cinema italiano del presente: storia e testimonianze è la raccolta degli incontri con registi e compositori italiani avvenuti tra la primavera e l'Estate del 2006 presso la Casa del Cinema di Roma curati dalla nostra rivista. Una serie di discussion panels pressochè inedita per il nostro paese, dove musicisti e realizzatori di lunga e consolidata collaborazione (Morricone/Tornatore, Liberatori/Verdone, Giagni/Bellocchio, Piersanti/Amelio, Buonvino/Veronesi, Simonetti/Argento, Garrone/Banda Osiris, Abeni/Stivaletti) si sono seduti e confrontati insieme al pubblico sulla natura delle loro partnership artistiche, sul dialogo che intercorre tra regista e compositore e sul ruolo della musica nei loro film. Ne è nata così un'appassionante e approfondita dialettica che ha fatto luce su uno degli aspetti meno studiati ed osservati del nostro cinema, in particolar modo di quello più recente e dunque meno assimilato da parte di pubblico e critica. Oltre alla sempre curiosa e divertente aneddotica raccontata dai diretti interessati, il dialogo che scaturisce aiuta a comprendere le molteplici possibilità che nascono dall'incontro tra immagini e musica.
Tuttavia, il testo curato da Luca Bandirali non è la mera trascrizione degli incontri tra registi e compositori. Ogni capitolo è infatti introdotto da uno specifico saggio critico atto a contestualizzare, ricostruire ed approfondire la natura della collaborazione presa in esame, arricchendo così il testo di spunti e riflessioni che aiutano ancora meglio ad inquadrare la complessità e le sfaccettature di uno degli aspetti più stimolanti e trasversali della disciplina cinematografica, che a nostro avviso rimane uno dei terreni su cui maggiormente la critica e l'analisi cinematografica possono trovare appassionanti luoghi di sfida.

Luca Bandirali (a cura di), Musica/regìa, Argo Editrice, pp. 160, € 15

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De Martino e i maciari del Sud
di Nicola De Paulis, da "Nuovo Quotidiano di Puglia - Lecce", del 15 gennaio 2009.

Alcuni scritti inediti, frutto di una ricerca che Ernesto de Martino, condusse nel 1957 in Lucania, prima ancora dell’indagine sul tarantismo salentino del ’59, che portò alla pubblicazione del noto libro “La terra del rimorso”, sono stati pubblicati nello scorso mese di dicembre dalla casa editrice Argo di Lecce in volume dal titolo “Ernesto de Martino” – Ricerca sui guaritori e la loro clientela. Il testo, stampato con il contributo del Centro di studi salentini e della Provincia di Lecce, fa parte della collana “L’Opera di Ernesto de Martino. ” (collana che ormai da più di un decennio raccoglie gli inediti del grande maestro), diretta da Clara Gallini, professore emerito dell’università “La Sapienza” di Roma ed cura di Adelina Talamonti, ricercatrice.
Nel maggio del ’57 De Martino effettuò un sondaggio esplorativo in Lucania per studiare i “maciari” nei loro rapporti con il tessuto culturale dell’ambiente. L’antropologo era affiancato da Mario Pitzurra, medico igienista, e un parapsicologo e psicanalista, Emilio Servadio, coadiuvati dal fotografo Ando Gilardi.
Il progetto di una spedizione in Lucania per studiare “i maciari”, era stato promosso dalla Parapsychology Foundation di New York, che finanziò anche la ricerca. Albano di Lucania, costituì l’epicentro della ricerca estesa anche ad altri centri fra cui Roccanava, Oppido, S. Arcangelo, Grottole, località che secondo gli autori costituivano “una delle più preziose isole etnografiche del mondo, dove sopravvivevano esempi i inconsueti di magia contadina”. Da notare che anche il Salento negli anni ’50 aveva nei suoi paesi le “maciare”. Dalle relazioni, numerate e datate, emergono le credenze, le superstizioni, le paure ancestrali, l’aspetto sociale, le condizioni igienico sanitarie e psicologiche delle popolazioni ma soprattutto emerge quel mondo magico lucano e meridionale.
E da questo “mondo magico” affiora, dalle tante interviste di de Martino, la figura di Zi Giuseppe, il maciaro che vive in una località montana nei pressi del Ponte della Vecchia, in grado di fare e levare “fatture”, di risanare con bagni caldi e frizioni con “linimento di Sloan” un certo Rocco, sarto diciottenne, vittima di legamenti notturni. Zi Giuseppe risana anche un certo Pasquale dall’impotenza causata da una fattura fattagli il giorno stesso delle nozze da uno storpio escluso dal banchetto nuziale.
Vengono raccolte anche testimonianze dirette come quella resa dalla guida Vincenzo che racconta di avere un figlio che si era fidanzato con una ragazza, ma che egli per ragioni di interesse non era d’accordo sulla scelta. Intanto la famiglia della ragazza ordì un complotto magico per legare il giovane alla ragazza ed il mago consigliò di mettere sangue cetameniale nelle vivande. E Vincenzo dice anche “le maciare possono apparire in forma animale di cane, orso, gatto”. Così una gatta scocciata e ferita con una pietra in testa, riappare il giorno dopo nei panni di una “maciara” con la testa faciata. Simili racconti di una donna che si trasformva in scrofa di notte sono testimoniate anche nel Salento di fine Ottocento.
Le interviste, i fatti riportati, le testimonianze sono tante. Parlano contadini, proprietari, borghesi, medici, direttori didattici, un parroco. Documenti importanti anche perché non tutti riportano di fascinazioni, suggestioni, ma costituiscono una sorta di testimonianza vivente di quella medicina popolare che fu in uso nell’Italia antica.

Ernesto de Martino, Ricerca sui guaritori e la loro clientela, Argo Editrice, pp. 422, € 22

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De Martino, un secolo da ricordare
di Antonello Colimberti, da "Europa", del 14 ottobre 2008.

Chi era Ernesto De Martino? Può sembrare una domanda provocatoria, eppure in un paese come il nostro, aduso alle commemorazioni più insignificanti, sono scarse le occasioni per ricordare un maestro della cultura italiana, e non solo, a cento anni dalla nascita (Napoli 1 dicembre 1908).
Fra le rare eccezioni vanno segnalate tre novità editoriali (non accenniamo alle ristampe), a partire dal profilo agile, ma documentatissimo, dal semplice titolo Ernesto De Martino, (Carocci editore), di Pietro Angelini, docente di antropologia culturale all'Università Orientale di Napoli, da anni uno dei massimi specialisti dell'opera e del pensiero demartiniani. Quel che emerge immediatamente dalla ricostruzione effettuata (e dalla poderosa ed esauriente nota bibliografica) è la difficile collocazione disciplinare di questo autore, che sebbene abbia lasciato prevalere i suoi interessi storico-religiosi ed etnologici, non ha mancato mai di inquadrarli in più vaste prospettive di pensiero, tali da fare di lui un autentico teorico della cultura.
Ce ne offre una conferma la lettura di un carteggio, pubblicato dall'editore Argo, per le cure dello stesso Angelini. Il titolo, Dal laboratorio del «Mondo magico». Carteggi 1940-1943, introduce subito a quel preciso momento inaugurale dell'opera demartiniana forse più innovativa, nel quale l'autore sentiva la necessità di confrontarsi con importanti studiosi italiani dell'epoca di varie discipline (dall'etnologo Renato Boccassino agli storici Adolfo Omodeo e Ernesto Buonaiuti, dallo spiritista e metapsichista Ernesto Bozzano a vari filosofi come Remo Cantoni e Guido De Ruggiero). Risalta soprattutto il confronto con Benedetto Croce, del quale De Martino osò con garbo e fermezza discutere alcune tesi sul magismo, giudicandole addirittura in contrasto con la stessa crociana filosofia dello Spirito.
Il terzo volume che proponiamo è anch'esso un carteggio, dal titolo Il folklore unplugged. Lettere di Calvino, Cocchiara, De Martino e Pavese sulla tradizione popolare, Archetipo-libri. Qui gli autori, Stefano Calabrese e Sarah Cruso, rispettivamente docente e dottoranda dell'università di Reggio Emilia, hanno selezionato un cospicuo numero di lettere, tale da ricostruire la nascita di quell'altro innovativo concetto demartiniano che va sotto il nome di folklore progressivo, e che tanto influenzerà fino ai nostri "giorni le ricerche nel Sud d'Italia.

Pietro Angelini (a cura di), Dal laboratorio del "Mondo Magico". Carteggi 1940-1943, Argo Editrice, pp. 166, € 14


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Le tribolazioni delle Signore de Breteuil
da "unsemplicegiardino.blogspot.com", del 10 settembre 2008.

Ho letto un gran bel libro.

Un libro scritto a quattro mani da due signore dalla sensibilità acuta ed accesa.
Scritto a sei mani, in realtà, perché a quelle delle autrici vanno aggiunte necessariamente quelle della protagonista.
Un libro che ripercorre le poche lettere autografe rimasteci di Emilie de Breteuil, marchesa du Châtelet, inserendole come tessere di un vasto mosaico che ne ricompone l’intera esistenza; come scampoli di un broccato intessuto dalle intuizioni di due donne che vivono una realtà differente, più moderna poiché più vecchia di oltre due secoli; scampoli annodati con tale perizia da non lasciarci comprendere dove stia la realtà e dove l’invenzione, se esistano fonti originali e se siamo solo di fronte ad un lavoro di fantasia eseguito con somma arte e maestria.
Ho letto un gran bel libro.
Un libro che non avrei mai scritto in quel modo, così passionale, persino carnale.
Fu, però, la vita stessa di Emilie ad essere passionale e carnale; e forse così sono o vorrebbero essere anche le vite delle autrici, un complicato intreccio di umane necessità, slanci che potremmo definire, con un facile e stupido gioco di ossimori, istintivamente razionali e razionalmente istintivi, o, ancora, intellettualmente sensuali e sensualmente intellettuali.
Tre vite fuse in un unicum che travalica i confini temporali ed insieme culturali fra diverse mentalità per insegnarci come, in fondo, ogni esperienza umana si nutra del medesimo filo conduttore che è la vita stessa, questa sorta di continuo eterno ritorno, l’unica illusione di infinito che riusciamo appena a percepire, ma sulla quale, come ci ricordano le autrici attraverso le parole di Voltaire, alla fine il gelido inverno impone inesorabile il suo declinante sigillo.
Ho letto un gran bel libro.
Un libro nel quale ho percepito netti, in diversi passaggi, gli stacchi stilistici ed espressivi, nonostante le autrici giurino che non ci sia stata fra di loro una divisione del lavoro o delle tematiche; stacchi stilistici ed espressivi, tuttavia, legittimi, sinceri, veri della loro vitalità, i quali trovano continuità in una scrittura sempre stupendamenta ardita, che osa su vette sulle quali mai mi avventurerei per timore di porre un piede in fallo… di porre l’anima in fallo…
Un libro in qualche modo eclettico, il cui vortice spirituale sprofonda in un tale abisso di fisicità da condurlo in una dimensione troppo lontana ed avversa alla mia indole; un abisso che diviene, così, per me la parte più bella e coinvolgente del racconto.
Ho letto un gran bel libro.
Un libro che, per una volta, mai avrei voluto scrivere, perché mi sarei perso il gusto di poterlo leggere.

Francesca Schipa-Maria Paola Tocci, Verrà l'inverno, Argo Editrice, pp. 216, € 15

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Musica/regia
da "Il Manifesto/Alias", del 13 settembre 2008.

Musica e regia. La stagione appena strascorsa è stata straordinaria­mente prolifica in materia di saggi sulla “musica applicata al cine­ma” e di libri dedicati a compositori (da Morricone a Trovajoli), anche se non si può parlare di un' inversione di tendenza rispetto agli anni passati, ma forse di ca­sualità. Sono da segnalare un te­sto italiano, Musica/regia - II testo sonoro nel cinema italiano del presente: storia e testimonianze, a cura di Luca Bandirali) (Argo, 160 pagine, 15 Euro) e un manua­le francese particolarmente origi­nale, Guide pratique de la musique de film di Vivien Villani (Sco­pe Edition, 240 pagine, 19 Euro).Luca Bandirali, redattore Segno cinema è uno dei pionieri della giova­ne generazione di critici attenti anche alle colonne sonore ed è stato l'autore nel 2005 di un eccel­lente monografìa dedicata all'im­menso Mario Nascimbene (Argo). Musica/regia è dedicato agli in­contri con alcuni registi e composi­tori italiani organizzati nel 2006 e nel 2007 dalla rivista online Colon­ne sonore (www.colonnesonore.net) alla Casa del cinema a Roma: Morricone/Tornatore, Giagni/Bellocchio, Piersanti/Amelio, Fabio Liberatori/Carlo Verdone, Paolo Buonvino/Sandro Veronesi, Clau­dio Simonetti/Dario Argento, Mau­rizio Abeni/Sergio Stivaletti e la Banda Osiris/Matteo Garrone. Con testi di Felice Laudadio, Giu­liano Tomassacci, Susanna Buffa, Enrico Terrone, Paolo Fazzini e Luca Bandirali, il libro ci permette attraverso 8 sodalizi, diversi per prassi e stile, raccontati dagli stes­si protagonisti e ricostruiti attraver­so altrettanti saggi critici, di analiz­zare il rapporto tra il regista e il compositore, che quando esiste (Simonetti ha scritto tre colonne sonore per Umberto Lenzi senza mai incontrarlo e lavorando unica­mente con il montatore), è uno dei più interessanti dell'intero pro­cesso di produzione di un film. Uno studio complementare è quello di Vivien Villani. Il giovane critico francese di origine napole­tana è soprattutto conosciuto in Italia per la sua monografia su Dario Argento pubblicata da poco da Gremese, ma insegna all'Esec a Parigi musica per film. Ha quin­di pubblicato Guide pratique de la musique de film, che è unico nel suo genere, soprattutto per il lettore al quale è indirizzato. Il sottotitolo «Pour une utilisation inventive et raisonnée de la musi­que au cinéma» (Per un utilizzo inventivo e ragionato della musi­ca al cinema) è particolarmente significativo: anche se può interes­sare gli studiosi, si tratta di un ma­nuale per i compositori, i registi e per i probabili collaboratori della coppia, dal produttore al montato­re. Il libro è diviso in tre grandi partì e studia i diversi concetti mu­sicali e le collaborazioni; i poteri e le funzioni della musica al cinema e alcune questioni di carattere pratico come il funzionamento degli aiuti pubblici alla musica per film, i contratti del compositore, l'utilizzo della musica di reperto­rio, la registrazione, la Sacem, l'Ucmf, ecc...Un libro interessante e utile, da non mancare e, che si spera seduca un editore italiano.

Luca Bandirali (a cura di), Musica/regìa, Argo Editrice, pp. 160, € 15

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Al di là della propria...
di Roberto Pugliese, da "Il Gazzettino" del 07 luglio 2008.

Al di là della propria natura "specialistica" la disciplina della musica cinematografica acquista immediatamente un proprio rilievo popolare nel momento in cui l'immaginario collettivo associa, all'ascolto e di primo acchito, la creatività di alcuni compositori al mondo poetico di alcuni registi. Non serve alcuna base teorica per sapere che nei binomi Rota-Fellini, o Morricone-Leone, o Ortolani-Avati, o Trovajoli-Scola (e Risi) - per fermarci ai soli casi italiani - risiede il fascino e l'appeal di intere epoche di storia del cinema, dove gli universi sonori e le invenzioni timbriche dei compositori si legarono indissolubilmente a quelle dei cineasti, peraltro raggiungendo spesso una completa autonomia linguistica ed espressiva, come dev'essere della sfera musicale.
Ora un bel libro "sul campo" entra nel merito di queste scene da un matrimonio fra registi e compositori italiani, facendo il punto della situazione recente attraverso esempi pratici e testimonianze dirette: si tratta di "Musica/regia, il testo sonoro nel cinema italiano del presente: storia e testimonianze" (Argo editore, euro 15) a cura di Luca Bandirali. L'autore, esperto del settore e redattore della rivista "Colonne sonore" (unica pubblicazione italiana consacrata alla musica da film), vi ha raccolto alcuni recenti colloqui svoltisi alla Casa del Cinema di Roma, sotto l'occhio partecipe e consapevole di Felice Laudadio, fra registi celebri e i loro compositori "di fiducia".
Un'occasione preziosa, come osserva Laudadio in prefazione, perchè «per una volta l'"autore" delle musiche ha avuto la possibilità di confrontarsi da protagonista, in conversazioni serrate quanto amichevoli, con l'"autore" del film per antonomasia».
Ciò che ne scaturisce non è solo un punto sullo "stato dell'arte" della composizione per il cinema in Italia, oggi, ma una specie di avventura dialettica, di raffronto metodologico attraverso l'esposizione, come dire, degli "arnesi del mestiere": dai quali si evince come le cose, fra musicista e regista, non siano sempre così semplici come magari appaiono all'ascolto (e alla visione) finale, e come il processo di unificazione tra immagine e suono si faccia strada spesso fra compromessi reciproci, intese improvvise, intuizioni, invenzioni pure, sino ad approdare a quella completezza di testo audiovisivo che è, alla fine dei conti, il film stesso....

Luca Bandirali (a cura di), Musica/regìa, Argo Editrice, pp. 160, € 15

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Giochi di dama e altri pensieri
di Rossella Sleiter, da "Il Venerdì di Repubblica " n. 1059 del 04 luglio 2008, p. 98.

La sua vita fu più di un romanzo. Amanti famosi, dal cardinale Richelieu al filosofo Voltaire, balli, gioielli, figli, discussioni nel nome di Newton e Locke, perdite al gioco, musica e travestimenti. Incontrando Émilie du Breteuil, marchesa di Châtelet, astro del secolo dei Lumi, quel romanzo si è tentati di scriverlo. Eccolo.

Francesca Schipa-Maria Paola Tocci, Verrà l'inverno, Argo Editrice, pp. 216, € 15

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Un uomo segnato dalle sconfitte
da "Il Corsivo" anno XI n°25 del 28 giugno 2008, pag.47.

Krist Tarapi, chiamato "Pelle di cane" da persone malevole, è un uomo sconfìtto, un antieroe che ci porta a conoscere le atmosfere cupe e piene di mistero dell'Albania di Enver Hoxha. Le donne sono la parte più viva della sua vita e del ro­manzo di Kongoli, alcune affasci­nanti, alcune procaci, altre tragiche che il protagonista incontra nel corso della sua vita e che gli danno momenti di piacere e di distacco dal lugubre vivere quotidiano. Krist Tarapi, e non chiamatelo Trapi per favore (che significa in al­banese 'coglione') è un personaggio ormai maturo che, pur amando te­neramente sua moglie, non riesce a fare a meno dei piaceri della carne, e con una mania tipica di alcuni uo­mini della sua età, di fare colpo sulle donne. Had il dio dei morti co­stantemente incombe e gli ricorda i suoi incubi. Abbiamo chiesto a Gianni Schilardi, uno dei titolari della casa editrice Argo con Fernando Cezzi, di farci brevemente la storia della Argo. "La casa editrice nasce nel 1992, quando con il ribollire di emigra­zioni prendiamo consapevolezza che la 'periferia infinita' di uno dei sud del mondo tornava ad essere un brulicante crocevia di popoli e di culture".
Quanti libri pubblicate in un anno?
"Circa 30 titoli l'anno ma il dato lo­cale è minoritario, il fulcro dei no­stri interessi sono l'asse balcanica e mediterranea, e la saggistica".
Quali sono i titoli che vi hanno dato maggiori soddisfazioni?
"'La storia dei Balcani' di Georges Castellan, 'La storia dell'impero ot­tomano', un collettaneo di diversi specialisti che sono anche i più ven­duti. Uscirà a breve 'La storia dei Turchi' di Jean Paul Roux, poi una introduzione alla letteratura araba e sono in preparazione le storie che riguardano tutta l'area mediterra­nea, l'Albania, il popolo rumeno".
La casa editrice Argo ha un curato sito internet dove si possono trovare tutte le informa­zioni: www.argoeditrice.it

Fatos Kongoli, Pelle di cane, Argo Editrice, pp. 240, € 16

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La vera storia dell'amante di Voltaire
di Giulia Fresca, da "Il Quotidiano della Calabria" del 23 giugno 2008

La storia di Gabrielle-Emilie Le Tonnelier de Breteuil, marchesa du Châtelet, diventa, a poco più di trecento anni dalla sua nascita, un libro, che non vuole essere una biografia romanzata di una delle dame più chiacchierate di Francia, ma semplicemente una testimonianza reale della sua incredibile esistenza.
A scriverlo due donne, accomunate dall’interesse verso Emilie, e diventate amiche e scrittrici nel suo nome. Francesca Schipa e Maria Paola Tocci, vivono entrambe a Roma e dopo quattro anni di faticose ricerche e di duro lavoro hanno pubblicato con titolo di ‘Verrà l’inverno’ (Argo Editore) il loro primo romanzo. I vorticosi intrecci che hanno contraddistinto la vita di colei che viene indicata come ‘l’amante di Voltaire’ vengono districati nell’analisi psicologica che, da sé, emerge dalla trattazione. Abbiamo incontrato Francesca Schipa e Maria Paola Tocci, che non aggiungono né tolgono nulla alla vita complessa quanto affascinante di una donna scienziato diversa dal mondo che la circondava, ma al tempo stesso tanto immersa in esso.

Chi è Emilie?
“Emilie è una nobildonna di una bellezza non comune e di rara intelligenza, che si addentrò coraggiosamente nello studio delle scienze, invadendo un campo ritenuto da sempre di competenza esclusiva degli uomini. Grazie al padre, si dedicò al loro apprendimento: frequentò, dapprima in abiti maschili, il Caffè Gradot, famoso ritrovo di illustri esponenti di cultura che discutevano dei massimi sistemi..Di lei restano le Institutions de Physique e la traduzione dal latino, con commentario, del testo di Isaac Newton Philosophiae Naturalis Principia Mathematica. Abbiamo tentato di ricostruire la sua vita attraverso le testimonianze superstiti, sfrondando numerosi documenti che, pur importanti, non ci sembravano far chiarezza sul suo ‘essere donna’ complessa ed osteggiata. Il suo epistolario con Voltaire è andato completamente perduto ed abbiamo immaginato che la causa sia stata la gelosia retroattiva di madame Denis, che ritrovò fortuitamente le lettere dopo la morte del filosofo”.

Chi è oggi Emilie?
“E’ la donna che combatte, colei che è ‘ognuna’ di noi, che deve fare più in fretta perché la sua condizione di donna la pone un passo indietro rispetto agli uomini, come accade ancor oggi in politica dove le donne fanno fatica ad essere accettate come ‘esseri pensanti’. Emilie incarna tutte le donne per le quali l’aspetto esteriore – bello o brutto che sia – rappresenta comunque un ostacolo”.

Cosa avete ricostruito di Emilie?
“Sicuramente abbiamo ‘ricostruito’ una persona. Era una donna di eccessi e passioni, esagerata nelle sue introversioni quando nelle estroversioni. Trascorreva giornate rinchiusa a studiare o al contrario sperperava fortune in abiti scarpe e persino al gioco. Era una persona consapevole del suo ‘essere donna’ quanto nel suo ‘essere alla pari’, se non superiore agli uomini”.

Emilie morì a 43 anni per le conseguenze di un parto. Quali erano le sue paure?
“Noi crediamo che non si sentisse all’altezza, avesse cioè il timore di non riuscire a dimostrare, a sé dapprima, che le sue passioni scientifiche non fossero soltanto un vezzo. In fondo era alla ricerca di un suo equilibrio che non troverà durante la sua esistenza, se non nel periodo in cui visse con Voltaire nel castello di Cirey dove, negli oltre 21.000 titoli della biblioteca soddisfò in parte la passione per lo studio con il sostegno sempre rispettoso del suo compagno. Forse quello fu l’unico vero momento in cui Emilie fu davvero felice”.

Dopo trecento anni, grazie a due autrici, ma al tempo stesso lettrici di Emilie, una pioniera del pensiero della scienza potrà essere riscattata come già tentò un commosso Voltaire che alla sua morte scrisse: “Nessuna donna fu mai colta quanto lei”.

Francesca Schipa-Maria Paola Tocci, Verrà l'inverno, Argo Editrice, pp. 216, € 15

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Etnologia, antropologia culturale, storia delle tradizioni popolari
da www.taranta.it

Nel mondo degli studi etnomusicologici italiani la questione relativa all'arpa di Viggiano, paese della Val d'Agri in Basilicata, ha rappresentato un grande rebus, ammantato spesso di mistero e divenuto topos fecondo di ipotesi e illazioni. Dagli anni '80 la ricerca storica, organologica e musicale ha permesso di raccogliere significativi dati d'archivio e persino l'esistenza degli ultimi due suonatori di repertori tradizionali per arpa. Restavano oscuri alcuni temi di questa particolarissima presenza nella musica popolare italiana: la formazione musicale e le biografie dei musici girovaghi, il derivante indotto economico nella valle, le conseguenze socio-culturali delle lunghe peregrinazioni e le ragioni della fine di una consuetudine bio-musicale. Alliegro, compiendo pluriennali ricerche d'archivio, affronta e risolve tutte queste tematiche, scoprendo anche risvolti inediti e sorprendenti di effetti collaterali della transumanza musicale. Acculturazione ideologica e politica, sfruttamento e tratte minorili, alti livelli di liuteria e disagio sociale emergono dai verbali di polizia e dalle testimonianze scritte di osservatori interni ed esterni alla vita di una comunità pastorale lucana. Lo scavo è compiuto senza indulgenze o soggettivismi campanilistici, ma non in chiave etnomusicologica o storica, ma piuttosto secondo interessanti lenti dell'ntropologia storica. Il testo è fitto di citazioni commentate dall'antropologo, il quale incrocia metodi di indagine tipici sia della storiografia più recente, che dell'osservazione antropologica dei processi socio-culturali, mantendendo la barra del timone puntata sulla piccola comunità di Viggiano, che viene così radiografata non per dati etnografici ma attraverso le fonti scritte, vista purtroppo la scarsità (o forse la rimozione collettiva) di informazioni orali oggi reperibili in paese. Per chi ha interesse per l'argomento o per chi volesse conoscere un peculiare tratto della vita lucana, il testo è di fondamentale importanza.

Enzo V. Alliegro, L'arpa perduta - Dinamiche dell'identità e dell'appartenenza in una tradizione di musicanti girovaghi, Argo Editrice, pp. 172, € 14

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La chiesa di Santo Stefano a Soleto
di Giuseppe Barberi in "Eco Idruntina"

La chiesa di Santo Stefano a Soleto è il titolo di un bel volume di André Jacob e Michel Berger, edito da Argo Editrice (Lecce 2007, pp. 150, formato 24x30, pc euro 30,00)
Con questo titolo l’Editore inaugura la collana “Terra d’Otranto bizantina”, diretta da André Jacob, destinata a un pubblico desideroso di accostarsi al tesoro, spesso sconosciuto, dell’arte e della cultura bizantina nella nostra regione, ma anche offrire agli specialisti i materiali indispensabili per approfondire le loro ricerche. La collana si articolerà i due serie:  la prima, in quarto, pubblicherà i principali monumenti bizantini del Salento, affidando ogni monografia a studiosi di fama; la seconda, in ottavo, ospiterà le fonti letterarie e documentarie medievali della Terra d’Otranto e delle aree confinanti,  insieme a saggi dedicati ai molteplici aspetti della realtà del Salento bizantino. Ora in preparazione, Argo Editrice prevede come prossime uscite l’edizione italiana (finalmente!) del celebre Nikolaos-Nektarios von Otrato, Abt von Casole, di J. M. Hoeck e R. J. Loenertz, sulla grande storia dell’abbazia di San Nicola di Casole e del suo più  noto abate; seguiranno, ancora a cura di Berger e Jacob, La chiesa di San Pietro a Crepacore e i suoi affreschi  (in agro di Oria) e La Cripta delle sante Marina e Cristina a Carpignano.
Ma torniamo al volume ancora fresco di stampa.
Dopo la premessa e l’introduzione, i suoi vari capitoli trattano diffusamente della chiesa (datazione, architettura e programma iconografico) e dei vari cicli pittorici ospitati sul pareti interne, sulla controfacciata ,e il Coro dei Santi,  per poi approfondire il significato storico e artistico del monumento, come sintesi  teologica e liturgica tra tradizione e innovazione, tra XIV e XV secolo, con sullo sfondo la possente personalità di Raimondello Orsini Del Balzo, in questa ‘sua’ chiesa ritratto in abito di terziario francescano.
Seguono, a mo’ di integranti appendici,  le tavole (schema prospettico e vedute d’insieme dei cicli pittorici, numerati e con didascalia), l’elenco delle illustrazioni (più di sessanta, a colori), un utilissimo glossario, la bibliografia e un indice dei nomi e delle cose citate.
Un monumento complesso, la chiesa di Santo Stefano a Soleto, ultimo anello di una catena di espressioni culturali della comunità greca di Terra d’Otranto alla fine del Medioevo, ma anche efficace e realistico spaccato della vita religiosa e sociale di una cittadina salentina agli albori del Rinascimento: vi si rispecchia – come sarebbe accaduto anche per altri centri del Salento se il tempo non ne avesse distrutto quasi ogni analoga testimonianza – il disperato tentativo di ribadire la propria identità, affermare la propria cultura, in un mondo che rapidamente cambiava, all’interno del regno di Napoli e sull’altra sponda del Canale d’Otranto.
Ringraziamo i due Autori del libro, noti e insuperati bizantinisti di fama internazionale, per averci offerto un primo risultato dei loro pazienti, diuturni studi sulle fonti della nostra storia: un volume tanto scientifico, quanto piacevole ed elegante, dal quale acquisiamo conoscenze e stimolanti ‘scoperte’, e grazie al quale – forse poco scientificamente ma certo molto umanamente – possiamo sognare ‘ad occhi aperti’ il nostro passato che, comunque, sempre ci portiamo dentro.

Michel Berger-André Jacob, La chiesa di Sato Stefanno di Soleto, Argo Editrice, pp. 150, €30

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Emilie du Chatelet: una donna nei secoli
di Elisabetta Liguori, in “Paese Nuovo” del 28 maggio 2008.

Quanti secoli ci vorranno, perché venga al mondo un’altra donna come lei? Mi riferisco ad una donna geniale, uno dei più grandi intelletti femminili, non solo del XVIII secolo, quello in cui visse, ma di tutti i tempi. A molti nota forse più semplicemente come amante di Voltaire, Femmina dei Lumi nel senso pieno del termine: frivola, brillante, caparbia, esagerata, lucida e intelligente, ma anche sfortunata. Gabrielle Emilie Le Tonnelier de Breteuil, marchesa du Chatelet: a lei dobbiamo il cd rapporto quadratico tra massa e velocità (l’energia di un corpo in movimento è proporzionale alla sua massa e al quadrato della sua velocità).
Ho conosciuto questa donna alla corte del Re Sole grazie a un romanzo scritto a quattro mani da Francesca Schipa e Maria Paola Tocci dal titolo “Verrà l’inverno”, recentemente pubblicato dalla Argo Editrice di Lecce. Un’autentica rivelazione, per me.
La biografia di Emile trova in questo romanzo un respiro fiction. Una vita ricca di piccole e grandi ribellioni, passione e coraggio, è qui resa in tutta la sua complessità attraverso un artificio letterario: due donne in contrasto. Per amore di Voltaire una donna tenta di cancellare le tracce (le lettere, la memoria, le parole, il segno) della rivale vissuta prima di lei. Proprio da questo tentativo di farne cenere prende il via la vicenda. Una storia la cui cronologia è rigorosamente dettata dalle lettere che Emilie inviò in vita ad amici, amanti e maestri, dai suoi incontri, dalle sue scoperte giornaliere. Lettere che non conosciamo, lettere che sono cenere, ma che qui riusciamo ad immaginare. Che vibrano di attualità.
Prima di ogni altra cosa lo stupore maschile.
Sì, questo è un romanzo sullo stupore degli uomini, quelli che in un primo momento le consentirono l'accesso perplesso al mondo delle lettere, della scienza, dell'intelletto in generale, per poi stupirsene. Quelli che la conobbero poco. Quelli che la conobbero molto. Quelli che la giudicarono. Quelli che non capirono. Quelli che la amarono. Tutti ugualmente sorpresi. Uno stupore simile può stimolare, ma anche raffreddare, intimidire, persino paralizzare. Emilie no, lei non si bloccò per colpa degli uomini. In tanti furono quelli che amò e che la amarono. Scienziati, filosofi, poeti. Per tanti fu ispirazione, da molti fu ispirata. Da molti altri incompresa, se non odiata Ma tutti per lei furono comunque utile strumento di scoperta e soddisfazione. Uno sforzo come il suo, in un'epoca ostile e sorda, finì forse per trasformarla in un essere ibrido, più che inconsueto. " Intrappolate tra i due sessi", scrivono le autrici,  destinata a restare schiacciala tra le ostilità che sia il mondo maschile che quello femminile, le riservarono, Emilie tentò sempre la ribellione ai limiti che le derivavano dal suo essere Emilie, senza mai rinunciare alla sua fisicità, alla sua bellezza, alla sua cultura. Ebbe cura di queste doti con eguale accanimento. E in parte ci riuscì. Fu l'unica donna ammessa all'istruzione superiore, ai circoli più esclusivi di Francia, alle conversazioni più virili e intraprendenti, all'uso delle armi bianche, allo sberleffo arguto, fino all' ingresso nella prestigiosissima Accademia di Bologna.
Emilie mise in stretta connessione le leggi della passione amorosa, con quelle della scienza.
Tutto con un unico fine: la felicità.
E' suo il noto Discorso sulla Felicità, scritto per il suo ultimo amante, il poeta Saint Lambert, a pochi mesi dalla morte per parto. Scritto per strappare se stessa alla paura della vecchiaia, al decadere delle emozioni. Al potere de) corpo. Fu scritto per rinunciare al migliore dei mondi possibili, per rinunciare al proprio cieco Candide e svelare all'universo la forza della mente delle donne, quanto la loro debolezza; il vigore delle loro emozioni razionali, quanto il loro silenzio. Là dove Leibniz incontra Newton e diventa evoluzione creativa, crogiuolo di infinite possibilità.
Per Grasset, il dolore dura un secolo, la molte un momento, ed Emilie fece proprio l'assunto, lo elesse a regola dì vita. Il dolore va tenuto lontano. La vita è un dovere. Il piacere è a portata di mano. Per questa ragione l'esistenza di Emilie fu un susseguirsi di alti e bassi da vertigine. Alternò la dissolutezza tipica delle classi superiori nel secolo XVIII al più tormentoso conflitto morale. Il gioco all'impegno. La leggerezza al peso della mente. L'estetica al pensiero. Tutto nel tentativo di allontanare i momenti tristi e cogliere il meglio dell'esistenza, l'essenza, il senso pieno delle cose, quello dal quale le donne del '700, e oltre, erano escluse, soffocate tra trine, gioielli, inchini, maternità e doveri formali.
La sua vittoria fu solo parziale. Una vittoria come questa richiede tempo e lei non ebbe abbastanza. Restano però i suoi scritti, le sue parole, la sua fatica, che questo romanzo porta fino a noi, dopo secoli.
La lingua utilizzata dalle due scrittrici è classica, ben adatta ai tempi che descrive, preziosa come i luoghi che percorre, maliziosa come gli sguardi che coglie, dettagliata  come i teoremi cui accenna. Ricorda gli affreschi del Tiepolo: il cromatismo acceso, ma nello stesso tempo austero, la visione degli oggetti che con caparbietà e un entusiasmo tutto femminile va conquistando nuove prospettive, nuova coscienza civile.  Ma quel che veramente colpisce è senza dubbio l'omogeneità della forma.
Le opere congiunte pongono sempre problemi di omogeneità, di contemperamento di obiettivi ed emozioni, ma i quattro occhi di Schipa e Tocci si muovono in incredibile armonia. Diventano due. Si accendono della stessa gioia, dello stesso godimento sensuale, della stessa necessaria aggressività. Si muovono allo stesso ritmo. Sono sorpresa, lo ammetto. Credevo che per le donne un'osmosi letteraria come questa potesse essere ancora più difficile, in considerazione dello sforzo narrativo che ogni opera richiede in un mondo di scritture maschili. Avevo anch'io i miei pregiudizi sulla questione, dunque. Perché, diciamolo pure, le donne sono immaginate più facilmente come rivali, unità solitarie alla conquista dei pochissimi spazi residui, mentre la solidarietà è spesso ritenuta roba per soli uomini. Non è così. Un romanzo come questo può esserne la prova. Lavoro acuto di ricerca, stadio, inventio, di due donne curiose e appassionate alla riscoperta di un'altra donna. Lavoro coraggioso.
E, grazie a questo coraggio, adesso anche Emilie può insegnarci che spesso la sofferenza, se non la morte, può derivare dalla nostra stessa natura femminile, dal ventre, dal potere, e il pericolo immenso che lo stesso contiene, mal'universo sa come indurci a reagire. E’ solo un fatto di tempo, di fiducia, di occasioni. Le donne sono chiamate a reagire per pura felicità ed è buona cosa che l'universo lo sappia.

Francesca Schipa-Maria Paola Tocci, Verrà l'inverno, Argo Editrice, pp. 216, € 15

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Il clan dei viggianesi
di Giovanni Vacca da Alias n. 21 del 24 maggio 2008 - Il Manifesto.

Nella sua necessità di cultura immateriale, nel suo incessante recupero di suoni e colori da opporre al grigiore della morente società industriale, la nostra epoca accetta l'arte di strada, la integra nelle sue coordinate spaziali legittimandola e tentandone al massimo qualche forma di regolamentazione: avviene così con saltimbanchi, graffitisti, imbonitori e, naturalmente, e soprattutto, con i musicisti di strada. Separati dunque dalla parentesi del moderno «secolo breve», quel Novecento appena trascorso, dove la rigidità necessaria al dispiegarsi del paradigma produttivo fordista voleva ordine e decoro, confini ben definiti e severe regolamentazioni, riecco dunque la musica di strada, proveniente dalle regioni dove essa possiede una solida tradizione: un tempo le orchestrine dei «viggianesi», oggi quelle dei musicisti dei Balcani, ascoltabili ormai da anni nelle strade e sulle metropolitane delle grandi città europee.
Ai suonatori di Vìggiano, piccolo comune della Basilicata, e alle loro storie, è dedicato un importante libro da poco pubblicato, L'arpa perduta (Argo, pp. 172, 14 euro), di Enzo V. Alliegro. I cosiddetti «viggianesi» furono, infatti, per l'intero Ottocento, tra i più noti musicisti ambulanti di tutta Europa. Questi suonatori (che con le loro commistioni hanno avuto un ruolo fondamentale anche nella definizione e nella ricezione di un repertorio blasonato come quello della canzone napoletana), oltre a violini, mandolini e ciaramelle, suonavano un'arpa, probabilmente derivata da quella portativa rinascimentale che, con la loro eccezione, nella musica popolare italiana era praticamente inutilizzata. Il volume di Alliegro ricostruisce una vicenda cominciata con la fine delle guerre napoleoniche, i caotici processi di superamento delle strutture feudali e il miglioramento delle reti di comunicazione internazionali, che rese paradossalmente più facile a tanti abitanti dì Vìggiano girare il mondo sfruttando le proprie competenze musicali che rifarsi una vita nella propria terra di origine, preferendo, già aveva osservato a suo tempo Emilio Sereni nel suo capitalismo nelle campagne, «affrontare i rischi dell'oceano e le pene dell'emigrazione piuttosto che i rischi e le pene di una quotidiana marcia o cavalcata a dorso di mulo per i paesaggi sconvolti della Basilicata, in cerca di un incerto lavoro».
Più che la storia di questa tradizione, però, all'autore, che insegna antropologia culturale a Napoli, interessano le dinamiche di rappresentazione e di autorappresentazione del musicista di strada. Attorno a questa figura, infatti, ed è ciò che rende questo libro di estrema attualità visto che qualcosa di simile può accadere anche ai nostri giorni, la cultura europea del tempo elaborò delle vere e proprie costruzioni ideologiche che consegnarono la stessa figura del musicista ambulante ad opposte identità precostituite e cristallizzate.
Nella prima metà dell'Ottocento, osserva Alliegro, l'alterità dell'emigrante che suonava per strada venne neutralizzata «nella formula del 'buon musico' di strada, del musicante giulivo e cortese, una serie di stereotipi cittadini elaborati a proposito delle contrade periferiche, del mondo incolto e brutale della montagna». Nella seconda metà dell'Ottocento, viceversa, l'ideologia del decoro della Patria, la nuova organizzazione produttiva (con, aggiungiamo noi, la necessaria stanzialità della manodopera da impiegare nelle grandi fabbriche) e, soprattutto, la visione del lavoro come opera «produttiva», ossia in grado di concretizzarsi in beni materiali, tangibili, relegarono all'improvviso il «buon musico» di una volta - finito intanto anche in riproduzione tra le pittoresche statuette dei presepi napoletani - nella sfera dell'ozio e dell'inciviltà, della devianza criminale e del patologico, con i nuovi codici penali che lo mettevano sotto tiro, l'antropologia lombrosiana che lo associava a zingari e criminali e la polizia che lo perseguitava. Cominciò così il declino di una tradizione che si avviò rapidamente all'estinzione, fatta eccezione per alcuni occasionali ritrovamenti effettuati da ricercatori ed etnomusicologi in anni a noi più recenti.
Allo scopo di vedere più chiaramente nel mondo marginale di questi protagonisti della musica popolare a cavallo tra ancien régime e modernità capitalistica, Alliegro segue poi i suonatori di Viggiano nelle loro storie di vita e ne ricostruisce le reti famigliari e le modalità di trasmissione dei saperi, indagando, oltre che tra le fonti letterarie, tra i documenti del catasto comunale del paese lucano per scoprire che tipo di rapporti questi emigranti delle sette note intrattenevano con il loro ambiente di provenienza. Si tratta quindi di uno studio per lo più sociologico e antropologico, teso soprattutto a decostruire le rappresentazioni che dei suonatori viggianesi ci si fece all'epoca. Qualche osservazione musicale, però, rimanda anche a prospettive di indagine non ancora compiutamente sviluppate nemmeno in sede etnonomusicologica.
Il fatto che i viggianesi avessero sviluppato un vero e proprio stile musicale, per esempio, chiamato per l'appunto «musica viggianese», è un momento importante nella riflessione sulle musiche di strada: fondato su quella che oggi verrebbe definita, con abusata formula giornalistica, «contaminazione», e cioè la fusione di elementi delle musiche popolari e di elementi delle musiche colte; la «musica viggianese» doveva avere un vero e proprio sound inconsapevolmente ottenuto, parallelo a quello dei celebri «posteggiatori» napoletani e anticipatore di quello che oggi, consapevolmente, cerca ogni gruppo rock che si rispetti per distinguersi dai propri concorrenti.
Il repertorio dei viggianesi comprendeva, infatti, tarantelle e arie d'opera, romanze e canzoni napoletane, probabilmente suonate sui ritmi delle danze dell'epoca (come avveniva, appunto, con i posteggiatori) e proprio questa eterogeneità di forme e di stili da assemblare favorì probabilmente la genesi di uno stile unitario e di un «suono» che li amalgamasse.
Il libro di Alliegro è dunque anche un ottimo esempio metodologico per chi volesse dedicarsi allo studio di un fenomeno sfuggente e inafferrabile come quello dei musicisti di strada che, al di là dei singoli contesti, si mostrano sempre non come entità compatte e definite bensì, scrive l'autore, come «riflessi e frammenti di realtà effimere che si manifestano proprio mutando e che una volta colte sono probabilmente già altro». Questa cautela interpretativa non impedisce però l'utilizzazione di espressioni come «società tradizionali» o «società di antico regime», per indicare quelle realtà in cui «le occasioni per il consumo della musica non erano limitate soltanto ai momenti festivi, alla sfera rituale e cerimoniale, alla ratifica del potere. Le taverne e le osterie dei centri abitati - continua lo studioso - le botteghe di artigiani e di piccoli commercianti, unitamente agli androni e ai vicoli in cui solitamente si creavano significative occasioni interrelazionali basate su modalità insediative tipiche del vicinato, costituivano ambiti di socialità a cui potevano corrispondere altrettante occasioni per l'ascolto».
Il grande cambiamento, insomma, avvenne con la traumatica accelerazione capitalistica, capace di deterritorializzare genti e suoni e di riterritorializzarli in maniera imprevedibile e inaspettata: questo, con le dovute differenze, sembra anche essere avvenuto dopo il crollo dei paesi del socialismo reale, perché, in fin dei conti, le musiche delle orchestrine balcaniche e degli zingari rumeni non sono poi così distanti dal «sound» dei viggianesi quando associano ai ritmi e alle melodie delle loro terre la rielaborazione delle nostre canzoni di successo per spingerci a tirare fuori qualche moneta.

Enzo V. Alliegro, L'arpa perduta - Dinamiche dell'identità e dell'appartenenza in una tradizione di musicanti girovaghi, Argo Editrice, pp. 172, € 14

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Gli «Afro-Italiani» tra storia et letteratura. Palaver. Africa e altre terre
di Xavier Luffin da ELA n° 24.

Ce numéro de la revue Palaver est consacré aux « Afro-italiens, entre Histoire et littérature ». Il est composé de six articles en italien ou en français dressant un panorama de la présence littéraire et, plus largement, artistique des immigrants d'origine africaine dans la Péninsule italienne. En guise d'introduction, A. Gnisci rappelle que l'Italie fut une terre d'émigration avant de devenir, récemment, une destination pour les immigrés extra-européens. Il compare le phénomène d'immigration actuel en Europe, entraînant selon lui un processus de créolisation, au faux modèle nord-américain, fustigeant au passage ce qu'il considère comme un faux mehing-pot. L'auteur constate — sans pour autant éluder la question du racisme — que les artistes africains installés en Europe participent activement à cette créolisation, contrairement aux Noirs américains qui s'opposeraient plutôt au modèle de société américain.
Enfin, il relève que les auteurs africains sont les immigrants qui ont eu le plus rapidement recours à l'italien pour exprimer leur talent littéraire, citant au passage quelques auteurs tels que Ndjock Ngana Yogo ou Pap Khouma.
M.-J. Hoyet, elle, se penche sur le théâtre. Elle constate que si les premiers romans d'auteurs issus de l'immigration africaine sont publiés dans les années quatre-vingt-dix, il faut attendre 2002 pour voir la parution d'un premier texte théâtral, 77 Fastidio du Congolais J. Mabiala Gangbo, suivi d'il Circo du Sénégalais Mbaye Badiane (2003) et de Gadua de l'Ivoirien Rufin Doh (2004). Elle souligne toutefois que le théâtre existe d'abord par la représentation, rappelant les différentes occasions qui ont permis en Italie la mise en scène de pièces africaines ou la participation d'acteurs africains à divers spectacles depuis les années quatre-vingt et surtout quatre-vingt-dix. L'auteur enumere ensuite une dizaine de troupes ou d'initiatives théâtrales de la Péninsule, qui impliquent des acteurs et/ou des dramaturges d'origine africaine. Elle souligne très bien le processus d'appropriation de la langue italienne par les auteurs africains, certains comme Rufin Doh ou Félicité Mbczele n'hésitant pas à utiliser le parler milanais ou romain dans leurs textes. L'article est suivi de deux interviews, l'une avec l'auteur et acteur d'origine ivoirienne Rufin Doh, et l'autre avec l'actrice d'origine camerounaise Félicité Mbczele.
Quant à M. Leconte, clic aborde la poésie. Après avoir tenté de cerner ce qui singularise l'œuvre des poètes afro-italiens — la souffrance, le sens de l'éthique... — elle illustre son article de courts poèmes de quelques auteurs italophones d'origine africaine, dont les érythréens Ribka Sibhatu et Brhan ou encore ritalo-somalicnne Ubax Cristina Ali-Farah, qui est aussi la rédactrice du site internet El Ghibli, consacré à la littérature des migrants en Italie.
Dans un article en français, N. Lauthier et H. Moniot reviennent sur le rapport entre nous et l'Autre dans l'écriture et l'enseignement de l'Histoire, soulignant les questions telles que la formation de l'identité, les stéréotypes, la difficulté parfois d'enseigner l'Histoire nationale dans des classes métissées...
M. R. Turano, pour sa part, se concentre sur la communauté particulière des Capvcrdicns d'Italie. Après avoir dressé un historique de l'émigration capverdiens en général, elle aborde la nécessité d'écrire éprouvée par des migrants désireux de fixer leur histoire ou leur mémoire. Elle termine en analysant La casa di acqua, de l'auteur capverdien Jorge Canifa Alves, mettant en évidence les thèmes récurrents et imbriqués de la mer, du voyage et de l'émigration.
S. Vanvolsem clôture ce recueil d'articles avec une série de réflexions intéressantes sur le sens de l'expression « littérature des migrants », voire du terme « migrant » lui-même — appliqué par exemple à des auteurs ou à des individus pourtant nés en Italie. Il fait également de nombreux parallèles avec la littérature des immigrés — notamment italiens — en Belgique, et revient sur le parcours de quelques auteurs comme Nassera Chohra, née à Marseille de parents sahraouis, mais établie en Italie, où elle a publié Volevo diventare bianca (1993).

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Soleto. I segreti di S. Stefano
di Nicola De Paulis da "Il Quotidiano" del 21 aprile 2008.

La Argo ha poresentato il primo volume della collana diretta dallo studioso André Jacob.

“La chiesa di Santo Stefano a Soleto” di Andrè Jacob e Michel Berger (Argo Editrice-Lecce 2008), è il primo elegante volume della collana “Terra d’Otranto Bizantina” (diretta da Andrè Jacob) che la casa editrice leccese si propone di realizzare su fonti, monumenti e studi, utili a comprendere l’eccezionale attività culturale che la grecità medioevale salentina svolse nella nostra regione per circa un millennio (dal VI al XVI secolo), in contatto con la Grecia e le aree dell’Impero bizantino. Questo primo contributo sulla chiesa di Santo Stefano a Soleto, per la prima volta studiata nella sua complessità culturale, liturgica e iconografica, è stato presentato nella chiesa Madre di Soleto.
 I due autori, Andrè Jacob e Michel Berger, sono studiosi di fama internazionale che hanno alle spalle un lungo curriculum di studi e pubblicazioni sulla cultura, l’iconografia e l’arte bizantina. Andrè Jacob, con studi classici e in lingue orientali a Lovanio e a Monaco, ha insegnato all’Ecole des Hautes Etudes di Parigi, all’università di Chieti, è membro del Comitato internazionale di Paleografia Greca ed ha al suo attivo circa settanta saggi sulla cultura bizantina in Terra d’Otranto.
Michel Berger, studioso anche lui proveniente dalla tradizione classica, ha lavorato presso la Congregazione vaticana per le Chiese orientali e presso la Pontificia Commissione per i beni culturali della Chiesa; insegna arte e iconografia bizantina nel Pontificio Istituto Orientale di Roma, è consulente dei Musei Vaticani e socio della Pontificia Accademia Romana di archeologia.
Il volume, che ha il sottotitolo di “Tradizioni bizantine e cultura tardogotica”, affronta i  problemi delòl’impianto della chiesetta, che ha il suo committente in Raimondo Orsini del Balzo, conte di Soleto e principe di Taranto e che a parere dei due autori fu edificata, secondo riferimenti provenienti da altri monumenti quali San Niccolò e Cataldo di Lecce, Santa Maria della Strada a Taurisano e Santa Caterina da Galatina, “non prima dell’ultimo quarto del 1300”.
Con lo stesso metodo vengono risolti ed illustrati i quesiti sull’architettura, sulla decorazione plastica della facciata, delle pitture murali e dei programmi iconografici, inquadrandoli nelle prospettive bibliche e teologiche e le polemiche antiebraiche del tempo. Il discorso artistico-filosofico degli autori è sostenuto poi da più di cinquanta illustrazioni a colori (foto di Pierluigi Bolognini, Louis Duval-Arnould, Vincenzo Peluso, Michel Berger).
La chiesa di Santo Stefano di Soleto è completamente affrescata all’interno con pitture sulla parete orientale, settentrionale, meridionale, e sulla controfacciata.
Tutta la decorazione, ispirandosi agli episodi del Nuovo Testamento (quali il ciclo cristologico della Pentecoste, Ascensione, e la Visione dei Profeti, l’Annunciazione, il Giudizio Universale), ha come tema principale la “Fabulosa Vita” e la “Passione” leggendaria di Santo Stefano.
“L’intero ciclo di Santo Stefano” si legge infatti nel testo, “è una testimonianza inconfutabile dell’impatto e dell’influenza che i testi agiografici – vita, miracoli e passiones – hanno esercitato sulla pietà e sull’immaginario dei greci di Terra d’Otranto nel tardo Medioevo”.
 Santo Stefano di Soleto è assimilabile ad altri monumenti presenti sulle sponde orientali dell’Adriatico, in quelli che erano i domini dell’impero bizantino, in Epiro e in Macedonia, in particolare nella chiesa di San Nicola della Monaca Euprassia, nella regione di Kastoria in Grecia.
Tra gli invitati alla presentazione Donato Negro, arcivescovo di Otranto, il sindaco di Soleto Elio Serra, Luigino Sergio, presidente dell’Unione dei comuni della Grecià Salentina, Alessandro Laporta, direttore della Biblioteca Provinciale di Lecce, Tonino Cassiano direttore del Museo Castromediano di Lecce, Salvatore Palese, rettore del Seminario Regionale Pugliese.

Michel Berger-André Jacob, La chiesa di Santo Stefano di Soleto, Argo Editrice, pp. 150, € 30

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Antologia critica su 'Danzare col ragno'

“Un volume da mettere sullo scaffale accanto a LA TERRA DEL RIMORSO di Ernesto de Martino” - Angiola Codacci Pisanelli, L’ESPRESSO.
“Il merito principale del volumetto è la capacità di coniugare un certo rigore – storiografico, filologico, etnologico – con la piacevolezza della struttura e della scrittura” - Annamaria Rivera, LIBERAZIONE.
“C’è anche qualcosa di veramente inedito e raro: una serie di 24 immagini fotografiche scattate dall’ autore nel giugno del 1974 a Galatina… a trent’anni di distanza, rendono bene l’ atmosfera dolorosa del tarantismo a chi non ha mai osservato direttamente quel fenomeno” – Felice Blasi, CORRIERE DEL MEZZOGIORNO.
“Un libro terribile e magnifico che parla proprio di tradizioni potenti, oscure. S’ intitola Danzare col ragno l’ ha scritto Brizio Montinaro traducendo in pagine un lavoro teatrale. La taranta, il ballo catartico delle donne morse dal ragno velenoso, è un rito liberatorio antichissimo, una terapia, un esorcismo, una lingua per dire l’ indicibile. Ci sono foto, storici racconti di viaggio e musiche: una finestra che s’ affaccia alla parte oscura dell’ anima, un mondo che quasi non c’ è più.” – Concita De Gregorio, LA REPUBBLICA DELLE DONNE.
“L'ascolto [del CD] e la lettura [del libro] danno la prepotente sensazione di essere insieme pericolosamente attratti e respinti dalla sfera del ragno, come se questo rituale, per quanto primitivo, interpellasse direttamente ciascuno di noi.” - Raffaele Simone, IL MESSAGGERO.
“Il libro di Montinaro è dunque soprattutto una testimonianza e una riflessione su quello che il tarantismo è stato nella storia, ma è anche una prova di come le potenzialità narrative del fenomeno siano pressoché inesauribili.” - Giovanni Vacca, IL MANIFESTO .

Brizio Montinaro, Danzare col ragno, Argo Editrice, Lecce 2007, pp. 136, € 18

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Il fascino virtuale del licantropo
di Giovanni Vacca, da Il Manifesto/Alias del 15 marzo 2008

…Le tradizioni popolari continuano dunque ad affascinare, tanto quelle ancora vive e operanti quanto quelle scomparse, come è il caso del tarantismo, il fenomeno che ha forse destato maggiore curiosità nel nostro paese fin da quando, negli anni Sessanta, Ernesto De Martino ne fece la sua classica analisi storico-religiosa nel celeberrimo volume La terra del rimorso. Ed al tarantismo è dedicato un volume appena uscito, Danzare col ragno (Argo, pp. 136 con cd, 15 euro), di Brizio Montinaro. L’autore è un attore professionista ma anche uno studioso del rito salentino, a cui ha già dedicato due libri e, nel 2005, un cd (Musiche e canti popolari del Salento vol. 3) che completava una serie di album avviata negli anni settanta dall’etichetta Albatros. Proprio alle testimonianze di Montinaro di quegli anni, in cui il culto era ancora vivo sebbene nella sua fase finale, fanno riferimento le fotografie contenute nel libro: esse ne colgono i momenti di parossismo cinetico, quando, nella notte tra il 28 e il 29 giugno, le tarantate si recavano nella piccola cappella di Galatina per rendere omaggio al santo. Sono fotografie che mostrano un ‘profondo sud’ che non esiste più e una funzione che da tempo è diventata sempre meno un rito popolare e sempre di più una curiosità per forestieri: chi scrive ricorda distintamente come, nell’anno 2000, quella che la gente del luogo diceva essere l’ultima tarantata, si trovò, appena entrata nella chiesetta ed essersi distesa su un lenzuolo, circondata da una selva di telecamere e registratori, tanto che sembrava più di stare sul set di un film che a una funzione religiosa. Ma il volume di Montinaro contiene soprattutto un’intelligente selezione di scritti di medici, eruditi, viaggiatori, che nel corso degli ultimi tre secoli hanno raccontato e analizzato il tarantismo: tali contributi formano il testo di uno spettacolo che lo stesso attore ha portato in giro con l’ausilio dell’Enseble Terra d’Otranto e registrato nel cd allegato. Le musiche, rielaborate con molto gusto da antiche trascrizioni riportate in appendice al libro, ricordiano poi come un tempo le melodie e i ritmi che accompagnavano la terapia delle tarantate fossero a volte anche molto lente, lontane dalle stereotipo della danza ‘indiavolata’ che sempre connota ogni esecuzione di revival della pizzica. Il libro di Montinaro è dunque soprattutto una testimonianza e una riflessione su quello che il tarantismo è stato nella storia, ma è anche una prova di come le potenzialità narrative del fenomeno siano pressoché inesauribili…

Brizio Montinaro, Danzare col ragno, Argo Editrice, Lecce 2007, pp. 136, € 18

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Danza col ragno: fascino e mistero del tarantismo
di Raffaele Simone, da Il Messaggero 10 marzo 2008

In diverse aree dell’Europa mediterranea (Grecia, Spagna; in Italia, il Salento) appare un misterioso rituale popolare: il morso di un ragno (la tarantola) indurrebbe la vittima ( per lo più una donna di campagna) a un’insopportabile malinconia e inquietudine. Per liberarsi di questa sofferenza c’è solo un metodo: danzare per ore al suono di una musica ossessiva, eseguita da una piccola orchestra specializzata. La danza riproduce i movimenti del ragno (la tarantella): bisogna trasformarsi nel ragno e farlo danzare in se stessi fino a sfinirlo. Il ballo porta infatti a una specie di trance che libera la tarantata dal suo male. I guariti si riuniscono una volta all’anno per rendere grazie a San Paolo, loro protettore.
Questo rituale, portato all’attenzione degli etnologi da Ernesto De Martino a fine anni Cinquanta e poi indagato a lungo, si è praticamente estinto: la modernità spazza via tra l’altro anche i fondamenti delle tradizioni popolari. Ma il suo mistero (e il suo tenebroso fascino) e tutt’altro che scomparso. Lo dimostra il successo che da un paio d’anni ha in tutta Italia lo spettacolo montato da Brizio Montinaro (“Danzare col ragno”: vorremmo vederlo a Roma), in cui la lettura di documenti e testi antichi e moderni sul tarantismo è accortamente intrecciata con l’esecuzione di brani musicali che accompagnavano il ballo della tarantata. Montinaro (che è anche scrittore e esperto antropologo) ha ora pubblicato un volume dallo stesso titolo (Danzare colo ragno, Argo editore, 18 euro) che contiene i testi del suo spettacolo e altri documenti (tra questi, straordinarie immagini e foto), insieme con un Cd che riproduce lo spettacolo intero. L’ascolto e la lettura danno la prepotente sensazione di essere insieme pericolosamente attratti e respinti dalla sfera del ragno, come se questo rituale, per quanto primitivo, interpellasse direttamente ciascuno di noi.

Brizio Montinaro, Danzare col ragno, Argo Editrice, Lecce 2007, pp. 136, € 18

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Paint a Bulgar picture
di Carmine Di Biase, da The Times Literary Supplement n. 5473 - 22 febbraio 2008

In 1860, when Felix Philipp Kanitz crossed the Serbian border and saw Bulgaria for the first time, he found himself in one of the least well understood regions of Eastern Europe. Bulgaria had been under Ottoman rule for nearly five centuries; the Bulgarian Church had been dominated by the Greek Patriarchate for just as long. Who were the Bulgarian people in the mid-nineteenth century, and exactly where and how did they live? Kanitz, over the next fourteen years, made seven more journeys into Bulgaria in search of answers.
Born in Budapest and educated in Vienna, Kanitz was. among other things, a writer, an ethnographer, a mapmaker and an artist. After his eight Bulagarian journeys, he poured all of these talents into three large volumes, published separately in 1875, 1877 and 1879. Together they form Donau-Bulgarien und der Balkan, which established Kanitz as one of the world’s greatest authorities on Bulgaria. The only complete translation of that work from its original German, however, is the Bulgarian one of 1923. Jean-Pierre Bouerdick’s Viaggiare nei Balcani: Kanitz nella Bulgaria danubiana (1860-1878) is the first extended study of the author and his work.
Bouerdick provides a brief life of Kanitz, and several chapters that follow him closely on his journeys. On horseback and on foot, he crossed the Balkan chain eighteen times, moving eastward until he reached the Black Sea. He was meticulous in recording his discoveries – mountain passes, river branches, whole villages and their ethnic composition – and relentless in correcting the many errors of travelers who had come before him. Donau-Bulgarien und der Balkan also included Kanitz’s own map of Bulgaria and his evocative drawings of scenes from daily life. This map and five of the drawings which are important to study may now be found in Viaggiare nei Balcani.
’Il senso del viaggiare’, one of Bouerdick’s longest chapters, is a deeply informed account of how the centuries have changed, or not changed, the traveller’s way of seeng the world. For Montaigne and Bacon, the eye reigned supreme, and one travelled in order to know oneself. With Alexander von Humboldt and Charles Darwin came a new emphasis on precision and objectivity: now the results of empirical observation had to be tested, ideally by bringing more than one discipline to bear on them; and the goal was less to know oneself than to bring the world under one’s control. Kanitz’s method, says Bouerdick, was a rich synthesis of the old ways of travelling and the new. In his chapter “Disegno e parola in Donau-Bulgarien”, he examines how Kanitz used his drawings as visible proof that what he had written was the unbiased tiuth. The effect, of course, was an illusion.
Kanitz’s drawing of a_ tax collector at his work, for example, seems innocent enough at first. On the collector’s face is a benign, satisfied look. The man paying his taxes has his back to us; we cannot see his face. To the right of the collector, however, is an illuminated figure, probably the village leader, looking on, says Bouerdick, “con espressione tra il feroce e l’indignato". And in the background, perhaps awaiting his turn, is another figure, his head slightly bowed, his shoulders drooping, his hands in his lap — an embodiment of "profonda rassegnazione". What Kanitz thought of the Turkish regime and its functionaries is clear. As Bouerdick puts it, "non esiste sguardo (e quindi immagine) innocente". This observation is especially true of maps. Kanitz remarks on the shame and regret expressed by a pasha in Vidin, on the right bank of the Danube, who, in 1871, admitted to him that the Turks, having failed to make any maps of their own, had to depend on copies of the often defective work of foreigners. When the Russians crossedthe Balkans in 1877, they came armed with Kanitz’s highly accurate map and their own translation of the first volume of Donau-Bulgarien und der Balkan. These works — which showed the Russians exactly where they might find Bulgarians who would supplement their troops — did much to bring the Ottoman Empire to its knees and to liberate Bulgaria.
When Bouerdick says, in his chapter "Studi cartografici ed etnografici", that the power of map-making derives from its capacity to "nominare e ubicare popoli e luoghi"(name and locate peoples and places), he echoes Theseus in A Midsummer Night ’s Dream, that the poet "gives to airy nothing a local habitation and a name". This theme — the word, the image, and their power to shape the world — unifies all the chapters of Viaggiare nei Balcani. lt is a pleasure to discover this great, neglected traveller in Jean-Pierre Bouerdick’s limpid, uuacademic Italian.

Jean-Pierre Bouerdick, Viaggiare nei Balcani Kanitz nella Bulgaria danubiana (1860-1878), Argo Editrice, Lecce 2007, pp. 219, € 12

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Alle radici della taranta
di A.C.P., da l'Espresso n. 7 del 21 febbraio 2008

Tutti le cercano, tutti le vogliono: le tarantate non hanno mai tanto successo come da quando non esistono più. Le protagoniste di quel rito collettivo che per secoli ha esorcizzato tra canti e balli il male di vivere contadino ispirano film, romanzi, saggi, e quella "Notte della taranta" che ogni hanno raccoglie una folla da rave davanti al convento di Melpignano. Per tornare alle radici di quel fenomeno irripetibile scomparso da decenni, Brizio Montinaro, attore e antropologo, con le musiche dell'Ensemble Terra d'Otranto, ha cucito testi antichi, spartiti e fotografie in uno spettacolo teatrale che, dopo una tournèe di successo, arriva un libreria ("Danzare col ragno", pp. 140 più cd, € 18, Argo Editrice). Un volume da mettere sullo scaffale accanto alla "Terra del rimorso" di Ernesto de Martino, alla "Pizzicata " di Edoardo Winspeare e al dvd dell'indimenticabile "Notte della taranta" firmata da Stuart Copeland.

Brizio Montinaro, Danzare col ragno, Argo Editrice, Lecce 2007, pp. 136, € 18


Le Carte e la Storia/Rivista di Storia delle Istituzioni, XIII, 1, 2007, p. 65.
di Guido Melis

Studio giuridico non chiuso però alla storia delle istituzioni. Isoni, un ricercatore di diritto pubblico che ha alle spalle un passato di storico moderno (sua una bella tesi di laurea sui Gesuiti a Sassari), prende le mosse da una attenta ricostruzione del ruolo giocato dai pubblici poteri nell'economia del secondo dopoguerra sia in Francia (con il Plan de moderni-sation et d'equipement), sia in Italia, dove le strutture dello Stato imprenditore ereditate dagli anni Trenta conobbero una sostanziale continuità. Il Piano Schuman e il Trattato di Parigi furono le tappe successive. Fu Robert Schuman, succeduto nel 1948 al più tiepido Bidault nella carica di ministro degli Esteri a Parigi, a cogliere per primo quella che Isoni chiama giustamente "la portata rivoluzionaria" della proposta (formulata da Monnet e dai suoi collaboratori) di un'Alta Autorità comune a Francia e Germania per la produzione e distribuzione del carbone e dell'acciaio; e fu ancora Schuman, con la celebre dichiarazione del 9 maggio 1950, a lanciare l'idea di mettere in comune la produzione carbo-siderurgica franco-tedesca all'interno di un'organizzazione aperta a tutti i paesi europei. Isoni segue con scrupolo da storico i negoziati successivi sino alia firma del Trattato, ma soprattutto (e sono le sue pagine più interessanti, almeno dal punto di vista storico-istituzionale) si sofferma sull'organizzazione della Autorità e sulle vicende relative ai suoi uffici. Qui, con ricerche d'archivio approfondite, descrive gli uffici "strategici" (segretariato, commissione amministrativa e revisore dei conti) e ne ricostruisce l'assetto e, a tratti, anche il funzionamento. Alla fine del 1954 -scrive - la costruzione degli apparati amministrativi poteva dirsi completata, mentre già si delineava lo sviluppo, negli anni successivi, "di un'amministrazione sempre più numerosa e specializzata, organizzata secondo schemi gerarchici". Con osservazioni molto fini, Isoni dà conto in questa parte della ricerca degli assetti interni e della loro evoluzione, insistendo poi sui motivi di crisi. Offre in tal modo l'esempio (forse per la prima volta) di un'indagine propriamente mirata ai meccanismi istituzionali dell'Alta Autorità e all'effettivo funzionamento nel tempo del suo apparato. La vastità delle note e la ricchezza de riferimenti archivistici testimoniano da soli della serietà della ricerca.

Alessandro Isoni, L'Alta Autorità del carbone e dell'acciaio. Alle origini di una istituzione pubblica, Argo Editrice, Lecce 2006, pp. 406, € 12


Vassilis Vassilikós - Poesie dall'esilio
a cura di Tino Sangiglio
da ALMANACCO DEL RAMO D'ORO n. 516 - 2005

Una densa atmosfera di tensioni, un confronto costante con la memoria, una scelta prosodica che intreccia il linguaggio quotidiano a metafore e immagini di rara bellezza, caratterizzano questa prima antologia in lingua italiana di uno dei più interessanti scrittori della Grecia contemporanea. Molto noto come prosatore, anche e soprattutto per il suo romanzo-reportage Z. Anatomia di un crimine politico (da cui il famoso film di Costa-Gavràs Z – L’orgia del potere) sul regime dei colonnelli, è ora presentato come poeta, ripercorrendo le raccolte poetiche dal 1967 al 1974, da Tino Sangiglio, curatore e traduttore attento della sua opera. Poesie dall’esilio riprende il titolo Làka-Sùli. Poesie dall’esilio, con cui sono state raccolte tutte le sue opere poetiche in un unico volume nel 1974, alla caduta della dittatura. E l’esilio, la violenza, la perdita dei rapporti di amicizia e affetto (mantenuti nella memoria), la separazione dalla terra, la nostalgia, lo spaesamento, l’estraneità al mondo e alla stessa esistenza, paradigmatica dell’uomo alienato – sono i temi che percorrono questo libro denso e pregante, pur nella sua snellezza. Perché non si tratta di un libro che mette in scena il dolore cercando un qualche risarcimento o consolazione individuale, si tratta invece di una consapevole scelta di essere testimone di un dramma e di una violenza che si sono abbattutisi una intera nazione. Giustamente Sangiglio, nell’introduzione al volume, indica che “prosa e poesia sono inscindibilmente legate tra loro, si continuano e si completano a vicenda”, infatti la voce di Vassilikòs si leva, in queste poesie, a condannare le atrocità e le barbarie delle guerre e della dittatura, e a investigare lo spazio angusto e privo di vere scelte di libertà in cui si muove l’individuo contemporaneo. La sua tenacia appare determinata nel voler ricordare i morti, gli scomparsi, i torturati, gli esuli, più generazioni di persone scompaginate dalla propria esistenza e dalla propria terra; è  come voler rimettere a posto i diversi pezzi di un puzzle non ancora finito, saltato improvvisamente in aria, per ricostruire un qualche significato di un discorso interrotto. Allora ha senso anche mandare “lettere senza mittente e senza destinatario” (“Questa è un’altra lettera / senza mittente, / non ho indirizzo. / Ancora una poesia/ senza destinatario, / non so dove ti trovi, / come stai. /”),  perché non importa tanto la personale e specifica ricezione del messaggio, importa dare un valore di testimonianza a una serie di eventi, trascritti con linguaggio asciutto anche nei particolari più efferati e tuttavia con un balzo nella immaginazione, quasi un doppio registro di osservazione della realtà: “Nella notte dell’Asfàlia / trattengono il muratore. / Scriveva, dicono, slogan sui muri. / Con la tenaglia gli hanno strappato le unghie, / una ad una, come si sfogliano i petali / di margherita: “M’ami? Non m’ami?”./…” E anche se “è la poesia ormai / senza chi più le porga orecchio / simile ad una emittente clandestina / che per eludere / i controlli di legge / perde anche i pochi / ascoltatori che aveva. /”, il poeta mantiene una sorta di promessa a se stesso offrendo la sua voce e le sue parole: “Allora i pino / stendendo i suoi rami / sul mare aperto / gli offrì un ponte / dove il suo pensiero, piccola formica, / decise di camminare. /”. Compito del poeta è questa necessità interiore di guardare la realtà e raccontarla, testimoniarla nella sua quotidianità, senza cercare falsi abbellimenti e retoriche consolazioni, ma senza appiattirsi sull’evento. Questa prima antologia italiana della poesia di Vassilikòs viene a colmare una mancanza significativa nel panorama culturale nazionale, e l’interesse per il poeta e scrittore greco è testimoniato anche dalla serie di manifestazioni in suo onore promosse nel 2003 dall’Associazione Provinciale per la Prosa di Pordenone e culminate con il volume Dedica a Vassilikòs. 

Vassìlikòs, Poesie dall’esilio, a cura di Tino Sangiglio, Argo Editrice, Lecce 2003, pp. 114, € 8


 

Mario Nascimbene, un compositore coerente del grande schermo, sempre avverso alla banalità
di Davide Turrini, da Liberazione - 24/12/2005

" I registi (ed i rumoristi) ritengono che se una porta si apre deve cigolare, se un cancello si apre, deve cigolare; i cani abbaino sempre, i gatti miagolano sempre, i neonati frignano, in qualsiasi luogo del mondo i grilli di notte fanno “cri cri”, di giorno le cicale friniscono, in campagna c’è sempre una contadina che stornella, spesso un villaggio sperduto ha l’effetto traffico di una metropoli […]. Vi prego, fatemi vedere un piccolo porto al tramonto senza farmi ascoltare una sirena da transatlantico!".  Un semplicissimo ragionamento, a firma Mario Nascimbene, sull’accoppiamento suono/immagine in materia cinematografica, contro la soluzione compositiva sonora più banale, per l’elaborazione artistica sempre un passo più avanti rispetto alle consuetudini di ambienti produttivi inclini alla sclerotizzazione creativa.
      Perché la vita e le opere di Nascimbene, artista spesso dimentico dalle enciclopedie del cinema, si collocano e affiancano parallelamente l’introduzione del sonoro nel cinema mondiale (il nostro nasce nel 1913) accompagnandolo in tutte le sue evoluzioni di linguaggio fino agli anni ’80. Luca Bandirali, acuto critico cinematografico del bimestrale Segnocinema, ha raccolto testimonianze sul maestro milanese, morto non più di tre anni fa, componendo l’importante volume biografico edito dalla Argo di Lecce. Ed è stupefacente vedere come un libro, dove c’è spazio per discettare con chiarezza di attacchi in battere e levare, come di raccontare omogeneamente sequenza per sequenza decine di film accostando la mera visione ai commenti musicali/compositivi di Nascimbene, possa anche essere un prezioso volume sulla storia della musica nel cinema e in certi momenti del cinema tout-court. Ci sono lampi di Chion, di Bazin, di Deleuze, come di Marcuse ad accompagnare la carriera di Nascimbene. Si descrive l’evoluzione di un sistema, di un mondo come quello del cinema italiano (e non solo) che annovera veri e propri comparti di rodati e dimenticati professionisti. Addirittura nel rievocare la collaborazione tra Nascimbene e i registi di cinema, si apre un ipotetico spin-off su Giuseppe De Santis, il risa di Riso Amaro, che impatta la personale propensione cinematografica alla critica politica di un sistema sociale e culturale fatto di falsi valori sotto il gioco di produttori squalo e di mode cinematografiche arrembanti. "Ogni film possiede un proprio specifico problema musicale", questa la traccia da cui parte Nascimbene che negli anni del ventennio amava il proibitissimo “gez” (come scritto all’epoca sulle circolari ministeriali) e che in pieno maccartismo collabora sia con Robert Rossen che con J. L. Mankiewicz dalle parti di Cinecittà in pieno fulgore anni ’50. Perché il compositore milanese, come scrive Bandirali, ha saputo "interpretare le richieste della committenza con spirito null’affatto servile". Non c’è da stupirsi, quindi, se Nascimbene ha attraversato il cinema mondiale passando dai peplum hollywoodiani, agli esperimenti di smell-o-vision (cinema di odorama), ai Zurlino più minimalisti, agli angry young man del Free Cinema britannico, lasciando ogni volta una testimonianza sperimentale, un unicum di suono avviluppato attorno all’immagine, basandosi, come scrive Bandirali su una "prassi dialettica, una capacità di confronto, di stimolare e di essere stimolato, di intrattenere fertili rapporti con chi fa il cinema sia che si tratti di una piccola produzione indipendente che di un kolossal". Fautore del composer’s cut, Nascimbene, ha vissuto anche la fase dello sbertucciamento rosselliano, collaborando con lui per dieci anni dal ’67 al ’77 a pellicole come Il messia e Socrate, mentre il maestro imprecava:"Voglio impiegare tutti gli anni che mi restano da vivere a gettare merda sul cinema!". L’unico rammarico, forse, l’occasione mancata, per impegni già presi, nel comporre la partitura dello Spartacus di Kubrick. Null però può far difetto ad un maestro come Nascimbene che ha fatto della coerenza, del coraggio e del continuo apprendimento, tratti peculiari del proprio percorso di irripetibile e originale compositore per il cinema.

Luca Bandirali, Mario Nascimbene compositore per il cinema, Argo Edizione, Lecce 2005, pp. 235, € 16

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Olympe, la prima femminista
di Giulia Crivelli , da Il sole24ore n.228 - 21/08/2005

Alle donne italiane il diritto di votare fu concesso nel 1946. Nel 1945 lo avevano ottenuto le francesi, 154 anni dopo la prima richiesta, avanzata da Olympe de Gouges (1748-1793) nella sua « Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina», scritta nel 1791. Fosse solo per questo, Olympe meriterebbe un posto nei libri di storia e nei cuori delle donne. Non è così e per una volta la colpa di questa perdita di memoria storica non è di noi italiani. Ora però una giovane studiosa francese, Sophie Mousset, ha scritto una breve ma documentatissima biografica di Olympe de Gouges.
La parola femminismo è usata oggi anche in senso dispregiativo. Ma se per femminismo si intende il movimento di donne che si è proposto – e si propone – l’equiparazione della donna all’uomo, sia in campo civile sia in campo politico-sociale, allora questo movimento l’ha fondato Olympe nel 1791. E non Mary Wollstonecraft, come riportano molti testi di storia del femminismo, che solo un anno dopo pubblicò in Inghilterra la Vindication of the Rights of Woman, sorprendentemente simile al documento di Olympe de Gouges.
Il vero nome di questa femminista ante litteram era Marie Gouze. Fu allevata da Pierre Gouze, di professione macellaio, ma era figlia naturale del marchese Lefranc de Pompignan, famoso letterato. Si sposò a 16 anni, a 17 restò vedova e conobbe Jacques Biétrix, ingegnere dei trasporti militari, che la portò a Parigi, dove cambiò il suo nome in Olympe de Gouges.
Bella, affascinante e corteggiata, frequentò i salotti più famosi, conobbe scrittori e filosofi e cominciò a scrivere (secondo altri a dettare perché analfabeta) saggi, opere teatrali, manifesti, proclami. Nel 1784 compose un dramma, L’Esclavage des Noirs, atto d’accusa contro la schiavitù che andò in scena nel 1789, l’anno della Rivoluzione. A Parigi Olympe si appassionò alla politica; fu prima rivoluzionaria, poi realista, infine repubblicana. Quando si rese conto che le conquiste della rivoluzione non avvantaggiavano le donne e che la libertà (di tutti) veniva continuamente calpestata, ricominciò con i suoi infuocati discorsi libertari, attaccando il regime di Robespierre, il quale non esitò a condannarla a morte quando prese le difese di Luigi XVI.
Olympe fu ghigliottinata il 3 novembre del 1793 « per aver dimenticato le virtù che convengono al suo sesso ed essersi immischiata nelle cose della Repubblica». A tanti anni di distanza, possiamo renderle giustizia ricordandola, con le sue mille contraddizioni, il suo entusiasmo, il suo desiderio di «sorellanza» tra donne. Se con una macchina del tempo Olympe venisse a trovarci, non sappiamo se sarebbe felice o triste. Possiamo votare, certo, ma non era solo questo che lei sognata per le sue «sorelle».

Sophie Mousset, Olympe de Gouges e i diritti della donna, Argo Editrice, Lecce 2005, pp. 124, € 12

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Buongiorno, notte. Le ragioni e le immagini
di Cristina Jandelli, da www.drammaturgia.it - 25/02/2005

Chiunque voglia affrontare il cinema di Marco Bellocchio, e in particolare Buongiorno, notte, non potrà prescindere da questo libro: più di una monografia, assai più di un volume fotografico, un affondo a più mani dentro la materia del farsi di un film: il set, il progetto, la concezione, la composizione e – infine – la ricezione. Dalle fasi realizzative al consumo, passando attraverso la Storia (il sequestro di Aldo Moro) e l’Ideologia (nel film terreno di scontro fra diversi punti di vista – Moro, i terroristi, la televisione, l’Italia politica).
Il volume di Luca Bandirali (critico cinematografico) e Stefano D’Amadio (fotografo di scena, fra i più interessanti del panorama italiano contemporaneo) esplora il film di Marco Bellocchio attraverso le immagini scattate sul set e si compone di un ricco apparato testuale. La prefazione di Flavio De Bernardinis introduce la nota dominante dell’analisi che diviene “metodo” nel saggio a seguire di Luca Bandirali: «Qui siamo – scrive De Bernardinis - nello spazio kubrickiano degli eyes wide shut, ovvero degli “occhi aperti chiusi”. Attraverso la figura del sogno/risveglio che fa accedere nuovamente a un ulteriore livello del sogno, il cinema del materialista dialettico Marco Bellocchio ci invita a chiudere gli occhi per vedere meglio»). Vedere meglio, incalza Bandirali, significa analizzare, e l’analisi non uccide il piacere estetico, anzitutto perché anche comprendere è un piacere. Così la lunga conversazione con il regista si rivela un’intervista anomala, furiosamente concentrata sulle opzioni formali della regia.       Un’intervista “conoscitiva” a cui lo stesso regista sembra volersi sottrarre, nel tentativo di dimostrare come ogni scelta non sia in sé necessaria ma frutto di una costante messa a punto nel corso della realizzazione del film, che raggiunge solo in sede di post-produzione il suo assetto definitivo. Anche in questo senso Buongiorno, notte si mostra attraverso l’antitesi kubrickiana aperto/chiuso: il critico analizza il testo “chiuso” mentre il regista vuole riportarlo alla sua dimensione di apertura sui significati possibili. Intanto scorre sotto gli occhi del lettore un testo parallelo, quello costituito dal corpus degli scatti “rubati” da Stefano D’Amadio sul set: immagini fisse, in bianco e nero, perfetto rovescio delle immagini in movimento e a colori che costituiscono il testo-film (fra le fotografie più significative il ritratto di Bellocchio che esce dall’ombra per contemplare il muro di gomma della prigione di Moro). E il libro, che qui sembrerebbe concluso, ricomincia.
Ricomincia da una conversazione con la montatrice Francesca Calvelli, moglie di Bellocchio, che lascia entrare il critico in sala di montaggio, davanti all’apparecchiatura digitale responsabile del final cut. Così si ritorna al tema dell’opera che si chiude dopo aver contemplato tutte le aperture possibili: «Vuoi sapere – chiede Francesca Calvelli - le differenze fra digitale e pellicola?       L’Avid ti permette di vedere più possibilità, di sperimentare di più (…) Questo è un pregio ma è anche un difetto, perché comunque se non sei molto attento e concentrato, a un certo punto ti perdi e non sai più che strada prendere (…). E’ necessario essere sereni e consapevoli per tenere sotto controllo la possibile dissociazione che questo sistema può creare, e fatto questo se ne tirano fuori i pregi». Ospitato nella collana dal titolo “Ascoltare lo sguardo”, il volume include una conversazione con il compositore Riccardo Giagni, già autore delle musiche de L’ora di religione: altro affondo nella fucina del film. Ma non è ancora la fine. Nell’ultimo capitolo, dal titolo “Lo statista in prigione e le parole in libertà”, Enrico Terrone chiama a raccolta i testi secondari, affrontando con ironia e una punta di perfidia il cicaleggio mediatico che ha accompagnato in Italia, fino dalla presentazione al Festival di Venezia 2003, il film. È qui che, paradossalmente, il testo ritrova dal sua forma più indefinita e transitoria, aprendosi alle interpretazioni più disparate, tutte accomunate da una logica inversa a quella che ha guidato gli autori del libro: al posto della metodologia cristallina approntata per guardare dentro al film, negli articoli pubblicati su giornali e riviste opacizza la visione la lente ingombrante e ottusa dell’Ideologia applicata alla Storia, e incurante del cinema. È la fine.

Luca Bandirali, Stefano D'Amodio, Buongiorno, notte. Le ragioni e le immagini, Argo Editrice, Lecce 2004, pp. 236, € 30

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